
Qualche giorno fa, parlando con un’amica, è uscita una frase che sento ripetere sempre più spesso.
«Per fortuna che esistono persone come Elon Musk. Almeno loro finanziano la cultura.»
Il riferimento era alla notizia della donazione di un milione di euro destinata a progetti archeologici legati a Roma. Una notizia accolta con entusiasmo da giornali, commentatori e istituzioni. E, a prima vista, è difficile capire perché qualcuno dovrebbe criticarla.
Dopotutto, un milione di euro è un milione di euro.
Meglio averlo che non averlo.
Meglio finanziare uno scavo archeologico che comprare l’ennesimo yacht.
Fin qui siamo tutti d’accordo.
Eppure quella frase ha continuato a girarmi in testa.
Non perché parlasse di Elon Musk.
Ma perché raccontava qualcosa di noi.
Perché sempre più spesso consideriamo normale che attività che dovrebbero essere sostenute dalla collettività sopravvivano grazie alla generosità dei ricchi.
E questa normalità, francamente, mi inquieta.
La domanda che ci facciamo di solito è sbagliata.
Ci chiediamo se Musk abbia fatto bene a donare quei soldi.
La risposta è ovvia: sì.
La vera domanda è un’altra.
Perché uno scavo archeologico dovrebbe aver bisogno di Elon Musk?
Perché il patrimonio storico di una delle città più importanti del mondo dovrebbe dipendere dall’interesse personale di un miliardario americano?
Perché una biblioteca, un museo, una scuola, una ricerca scientifica o un progetto culturale dovrebbero sperare nell’arrivo del benefattore di turno?
Quando si pone la questione in questi termini, l’entusiasmo lascia spazio a un certo disagio.
Perché improvvisamente non stiamo più parlando della generosità di una persona.
Stiamo parlando del funzionamento di una società.
Ci piace molto la figura del mecenate. È rassicurante. Il ricco signore che apre il portafoglio e salva ciò che altrimenti andrebbe perduto. È una narrazione che affonda le sue radici nel Rinascimento e che continua ad affascinarci ancora oggi.
Ma c’è una differenza.
Nel Rinascimento non esistevano le moderne democrazie.
Noi, almeno teoricamente, sì.
E una democrazia dovrebbe funzionare in modo diverso.
Il punto non è che i mecenati siano cattivi.
Il punto è che il mecenatismo non è democrazia.
Il mecenate sceglie.
Sceglie cosa finanziare.
Sceglie cosa ignorare.
Sceglie quali progetti meritano di vivere e quali no.
Magari lo fa in buona fede. Magari ha gusti eccellenti. Magari finanzia iniziative meravigliose.
Ma resta sempre una decisione privata.
E qui emerge una distinzione fondamentale che abbiamo quasi dimenticato.
Il suddito ringrazia.
Il cittadino rivendica diritti.
Il suddito aspetta che il signore sia generoso.
Il cittadino pretende che le istituzioni funzionino.
Quando una scuola pubblica apre le sue porte ogni mattina, non dovremmo ringraziare un miliardario. Quando un ospedale cura un paziente, non dovremmo ringraziare un miliardario. Quando uno scavo archeologico porta alla luce un pezzo della nostra storia, non dovremmo ringraziare un miliardario.
Dovremmo considerarlo normale.
Dovremmo considerarlo il risultato di una comunità che investe su sé stessa.
E invece ci ritroviamo ad applaudire ogni volta che qualcuno estremamente ricco decide di finanziare ciò che dovrebbe già essere finanziato.
Questo ci porta inevitabilmente a parlare di tasse.
Argomento noioso, si dirà.
Eppure è qui che si gioca gran parte della partita.
Le tasse esistono per una ragione molto semplice: evitare che il bene comune dipenda dalla benevolenza privata.
Se vogliamo scuole, ospedali, università, infrastrutture, ricerca scientifica e tutela del patrimonio culturale, dobbiamo finanziarli collettivamente.
Non perché lo Stato sia perfetto.
Non lo è.
Spreca risorse, commette errori e spesso funziona male.
Ma almeno, in teoria, risponde ai cittadini.
Il mecenate risponde soltanto a sé stesso.
E qui compare un curioso paradosso.
Quando un miliardario dona un milione di euro, tutti applaudono.
Quando si propone di tassare maggiormente i grandi patrimoni, molti gridano al furto.
Eppure stiamo parlando degli stessi soldi.
Nel primo caso decide una persona.
Nel secondo decidiamo tutti.
La differenza non è economica.
È politica.
Riguarda il potere.
Perché il vero tema non è la generosità dei miliardari.
È il potere che deriva dalla concentrazione della ricchezza.
Chi possiede immense risorse economiche possiede inevitabilmente anche una capacità di influenza enorme.
Può finanziare università.
Può finanziare giornali.
Può finanziare campagne politiche.
Può finanziare ricerca.
Può finanziare cultura.
Può decidere quali problemi meritano attenzione e quali possono essere ignorati.
Non serve immaginare complotti.
Non serve immaginare cattive intenzioni.
Basta osservare un fatto elementare.
Chi paga ha sempre una voce più forte di chi non paga.
A questo punto arriva l’argomento che dovrebbe chiudere ogni discussione.
«Se sono così ricchi, se lo meritano.»
È una frase che sentiamo continuamente.
Ed è una frase molto più radicale di quanto sembri.
Perché se la ricchezza è sempre il risultato del merito, allora dobbiamo accettare anche il contrario.
Dobbiamo credere che la povertà sia il risultato della mancanza di merito.
Che chi nasce in una famiglia povera, in un quartiere degradato, in una scuola sottofinanziata, abbia semplicemente fatto scelte peggiori.
E qui il ragionamento inizia a scricchiolare.
Perché tutti sappiamo che non partiamo dalla stessa linea di partenza.
Alcuni nascono con reti di conoscenze, capitale economico, istruzione e sicurezza.
Altri nascono senza nulla di tutto questo.
Il talento esiste.
L’impegno esiste.
Ma esistono anche la fortuna, il contesto e le opportunità.
Negarlo significa chiudere gli occhi davanti alla realtà.
Eppure milioni di persone continuano a difendere un sistema che concentra ricchezza e potere nelle mani di pochi.
Perché?
La risposta non è che siano stupide.
È una risposta troppo semplice e troppo comoda.
La verità è che il capitalismo ha costruito una promessa potentissima.
Non promette che diventerai ricco.
Promette che potresti diventarlo.
E quel “potresti” è sufficiente.
Sufficiente per far sì che molti si identifichino più facilmente con il miliardario che con il proprio vicino di casa.
Sufficiente per difendere privilegi che non avranno mai.
Sufficiente per considerare ogni critica alla concentrazione della ricchezza come un attacco a un futuro che forse, un giorno, potrebbe appartenere anche a loro.
Nel frattempo continuiamo a ringraziare i benefattori.
Continuiamo ad applaudire le donazioni.
Continuiamo a celebrare il mecenate.
E continuiamo a ignorare la domanda più importante.
Perché una società ricca, avanzata e democratica dovrebbe averne bisogno?
La socialdemocrazia, con tutti i suoi limiti, nasce proprio da questa domanda. Non cerca di abolire il mercato. Non pretende che tutti abbiano lo stesso reddito. Cerca semplicemente di impedire che la ricchezza si trasformi in un potere tale da decidere il destino degli altri.
Non è una soluzione perfetta.
Forse non esistono soluzioni perfette.
Ma almeno parte da un principio che vale la pena difendere: ciò che è essenziale per la vita collettiva dovrebbe essere garantito come un diritto, non concesso come un favore.
Per questo il problema non è Elon Musk.
Domani potrebbe essere un altro miliardario.
Il problema è una società che ha smesso di considerarsi una comunità di cittadini e ha ricominciato a comportarsi come una corte di sudditi.
Una corte che applaude ogni volta che il signore distribuisce qualche moneta.
E che si dimentica di chiedersi perché quelle monete siano finite tutte nelle stesse mani.
Forse il più grande successo del capitalismo contemporaneo non è averci convinto che sia giusto.
È averci convinto che sia inevitabile.
Del resto, come è stato osservato più volte, oggi sembra più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.
La vera domanda è se abbiamo smesso anche di immaginare qualcosa di meglio.

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