
L’altro giorno ero con un amico.
A un certo punto, parlando di una persona nera, usa la parola “negro”.
Gli faccio notare che oggi quella parola viene percepita come offensiva e che sarebbe meglio evitarla.
Lui sbuffa.
Alza gli occhi al cielo.
Poi arriva la frase inevitabile.
“Ecco la dittatura del politicamente corretto.”
Fine della conversazione.
Sipario.
Titoli di coda.
Perché quando qualcuno pronuncia quella formula magica, “dittatura del politicamente corretto”, succede una cosa curiosa: il cervello va in pausa.
Non importa di cosa si stesse parlando.
Non importa se la parola in questione è offensiva, discriminatoria o semplicemente antiquata.
Non importa nemmeno se qualcuno si è sentito ferito.
La discussione si sposta immediatamente altrove.
Diventa una questione di libertà.
Anzi, di Libertà, con la L maiuscola.
E a quel punto chiunque provi a ragionare viene trasformato in un censore sovietico armato di dizionario.
Peccato che ci sia un problema.
Un problema enorme.
Il politicamente corretto, così come viene raccontato da molti, non esiste.
O meglio: esiste quanto esiste la gravità.
Non è una novità.
Non è una cospirazione.
Non è un’invenzione del ventunesimo secolo.
È semplicemente il nome contemporaneo di qualcosa che accompagna l’umanità da sempre.
Ogni epoca ha avuto le proprie parole proibite.
I propri tabù.
I propri argomenti intoccabili.
I propri limiti.
Solo che, guarda caso, i limiti del passato ci sembrano sempre normali e quelli del presente ci sembrano una dittatura.
Prova a immaginare di trovarti nell’Europa del Seicento.
Vai in piazza e urli che Dio probabilmente non esiste.
Vediamo quanto dura la tua gloriosa battaglia contro il politicamente corretto.
Oppure vai in un villaggio medievale e prendi in giro il re.
O l’aristocrazia.
O la Chiesa.
O il signore locale che possiede metà delle terre.
Poi raccontami com’è andata.
Sempre che tu riesca ancora a raccontarlo.
Per secoli non potevi bestemmiare.
Non potevi insultare i nobili.
Non potevi mettere in discussione certi dogmi.
Non potevi sposare chi volevi.
Non potevi amare chi volevi.
Non potevi vestirti come volevi.
Non potevi dire ciò che volevi.
Ma stranamente nessuno chiama tutto questo “politicamente corretto”.
Perché?
Perché appartiene al passato.
E il passato ha una capacità straordinaria: riesce sempre a sembrare ragionevole.
Il presente invece no.
Il presente irrita.
Il presente chiede adattamenti.
Il presente costringe a rivedere abitudini che sembravano innocue.
E questa è una cosa che agli esseri umani piace poco.
Molto poco.
Prendi proprio la parola “negro”.
Molti dicono:
“Ma una volta si diceva così.”
Vero.
Anche una volta si fumava negli ospedali.
Si guidava senza cintura.
I medici consigliavano sigarette nelle pubblicità.
Le donne non potevano votare.
I bambini lavoravano nelle miniere.
Non tutto ciò che si faceva ieri è automaticamente una buona idea oggi.
La storia non è una fotografia.
È un processo.
Cambiano le conoscenze.
Cambiano le sensibilità.
Cambiano le relazioni sociali.
Cambia il linguaggio.
E il linguaggio cambia perché cambia il mondo.
Non il contrario.
Nessuno si è svegliato una mattina dicendo:
“Sapete cosa? Oggi fondiamo il Ministero del Politicamente Corretto.”
Le parole cambiano perché cambiano le persone che le ricevono.
Perché dietro certe parole ci sono storie.
Umiliazioni.
Discriminazioni.
Ferite.
E quando quelle persone iniziano finalmente ad avere una voce, chiedono qualcosa di molto semplice.
Di essere chiamate in un altro modo.
A quel punto succede una cosa straordinaria.
Chi deve modificare una sola parola si sente improvvisamente oppresso.
È una delle magie più spettacolari della storia umana.
Un gruppo ti dice:
“Ci piacerebbe non essere chiamati così.”
E tu rispondi:
“Mi stanno togliendo la libertà.”
È un po’ come se il vicino ti chiedesse di non parcheggiare davanti al suo garage e tu denunciassi l’avvento della tirannide.
Naturalmente questo non significa che ogni nuova sensibilità sia automaticamente giusta.
Qui sta il punto.
Il problema non è obbedire ciecamente.
Il problema è pensare.
Perché alcune richieste hanno senso.
Altre meno.
Alcune migliorano la convivenza.
Altre rischiano di diventare grottesche.
Ma questa discussione può avvenire solo se smettiamo di usare “politicamente corretto” come una bomba fumogena.
Perché spesso quella formula non serve a ragionare.
Serve a non ragionare.
Serve a chiudere il discorso.
A evitare qualsiasi domanda.
Come se bastasse pronunciare quelle due parole per vincere automaticamente il dibattito.
E qui arriviamo a internet.
Il luogo dove ogni conflitto culturale viene amplificato fino a sembrare una guerra civile.
Una volta la lite tra due persone finiva al bar.
Oggi finisce davanti a milioni di persone.
Una volta il tizio che si lamentava di non poter più dire certe cose aveva come pubblico tre amici e un cane.
Oggi ha un profilo social.
Un podcast.
Un canale YouTube.
Una newsletter.
Duecentomila follower.
E ogni settimana pubblica un video intitolato:
“NON SI PUÒ PIÙ DIRE NIENTE.”
Video che dura quarantacinque minuti.
Pubblicato regolarmente da anni.
Visto da centinaia di migliaia di persone.
Monetizzato.
Sponsorizzato.
Commentato.
Condiviso.
Una censura davvero impressionante.
Probabilmente la più redditizia della storia.
La verità è che non stiamo assistendo alla fine della libertà di parola.
Stiamo assistendo a qualcosa di molto più banale.
La libertà di parola degli altri.
Che è una cosa diversa.
Tu sei libero di dire quello che vuoi.
Gli altri sono liberi di dirti che non sono d’accordo.
Tu sei libero di usare una parola.
Gli altri sono liberi di giudicarla.
Tu sei libero di esprimere un’opinione.
Gli altri sono liberi di considerarla stupida.
Questa non è censura.
Si chiama convivenza.
È sempre funzionata così.
Sempre.
Michel Foucault e Norbert Elias hanno passato gran parte della loro vita a spiegare, in modi diversi, che ogni società stabilisce continuamente ciò che considera accettabile e ciò che considera inaccettabile.
Non esiste una società senza limiti.
Non è mai esistita.
Non esisterà mai.
La domanda quindi non è se il politicamente corretto esista.
La domanda è molto più scomoda.
Chi decide i limiti?
Quali valori proteggono?
Chi ne beneficia?
Chi ne viene escluso?
Perché è qui che si gioca la partita vera.
Non nel piagnisteo nostalgico di chi sogna un passato in cui si poteva dire tutto.
Perché quel passato non è mai esistito.
Esistevano soltanto altri divieti.
Altri tabù.
Altre sensibilità.
Altri intoccabili.
Cambiano le parole.
Cambiano i bersagli.
Cambiano i rapporti di forza.
Ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Per questo, quando qualcuno ti dice che il politicamente corretto sta distruggendo la libertà, prova a fare una domanda semplice.
Quale libertà, esattamente?
La libertà di parlare?
O la libertà di non essere mai contraddetto?
Perché sono due cose molto diverse.
E spesso, molto spesso, vengono confuse apposta.

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