
Ci sono domande che sembrano filosofiche solo perché sono antiche. Poi ce ne sono altre che continuano a essere attuali perché, in fondo, non hanno mai trovato una risposta definitiva. Una di queste, secondo me, è sorprendentemente semplice: chi siamo quando nessuno ci guarda? Non intendo chi diciamo di essere, né l’immagine che mostriamo agli altri. Mi riferisco a quei momenti in cui sappiamo, con assoluta certezza, che nessuno verrà a sapere quello che stiamo per fare. È in quell’istante che mi sembra emerga qualcosa di molto più interessante del nostro carattere pubblico: emerge il nostro carattere reale.
Ho iniziato a pensarci durante un turno in una casa di riposo. Era una giornata normale, una di quelle in cui il tempo sembra sempre insufficiente. I campanelli continuavano a suonare, c’erano persone che aspettavano assistenza, documenti da compilare e la sensazione costante di rincorrere un orologio che andava più veloce di tutti noi. Entrando nella stanza di un anziano mi sono reso conto che avevo davanti due possibilità. Avrei potuto fare tutto rapidamente, limitandomi allo stretto necessario, oppure fermarmi qualche secondo in più, spiegargli quello che stavo facendo, chiamarlo per nome e ricordarmi che davanti a me non c’era una mansione, ma una persona.
La differenza era minima, forse trenta secondi. Eppure quei trenta secondi avevano una caratteristica particolare: nessuno avrebbe saputo come avevo deciso di usarli. Non c’erano familiari, colleghi o coordinatori. Non c’era un premio se mi fossi fermato, né una punizione se avessi scelto la strada più veloce. È stato proprio questo dettaglio, apparentemente insignificante, a farmi nascere un dubbio. Quante delle cose che considero “giuste” le faccio davvero perché le ritengo giuste? E quante, invece, perché qualcuno potrebbe accorgersi del contrario?
È una domanda meno banale di quanto sembri. Pensiamo spesso che il contrario dell’onestà sia la disonestà, ma forse non è così. Forse il contrario dell’onestà è la convenienza. Quando siamo osservati è relativamente facile comportarsi bene. Esistono la reputazione, il giudizio degli altri, le conseguenze delle nostre azioni. Tutti questi elementi, nel bene e nel male, ci aiutano a mantenere una certa coerenza. Il problema nasce quando quegli elementi scompaiono e rimaniamo soli con la nostra decisione.
Provate a pensare a quante volte questo accade nella vita quotidiana. La cassa automatica di un supermercato, un portafoglio trovato per strada, una piccola bugia che nessuno potrà verificare, una scorciatoia sul lavoro che farà risparmiare tempo senza essere scoperta. Sono situazioni diverse, ma hanno una caratteristica comune: ci mettono davanti a una scelta che non dipende dal controllo esterno. Dipende soltanto da noi. Ed è forse proprio in questi momenti che scopriamo se stiamo seguendo un principio oppure una strategia.
Questa distinzione mi sembra importante perché viviamo in un’epoca che ci invita continuamente a ragionare in termini di vantaggio. È quasi automatico chiedersi che cosa ci convenga fare, quanto tempo risparmieremo, quali benefici otterremo, quale risultato riusciremo a portare a casa. Non c’è nulla di sbagliato nel valutare le conseguenze delle proprie azioni. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario. Il problema nasce quando il vantaggio personale diventa l’unico criterio con cui misuriamo le nostre scelte. In quel momento le persone rischiano di trasformarsi lentamente in strumenti: il collega diventa quello che rallenta il lavoro, il cliente quello che porta denaro, il paziente quello che fa perdere tempo. È una trasformazione silenziosa, quasi invisibile, e forse proprio per questo estremamente pericolosa.
Qui, però, bisogna essere onesti fino in fondo. Sarebbe troppo facile fare un discorso morale e fingere che la realtà non esista. A volte chi bara ottiene davvero la promozione. A volte chi sfrutta gli altri costruisce una carriera di successo. E, al contrario, capita che chi cerca di comportarsi correttamente venga considerato ingenuo o finisca per essere sfruttato. Credo che quasi tutti abbiamo assistito almeno una volta a una situazione del genere. Per questo la domanda diventa ancora più difficile: perché dovrei continuare a comportarmi correttamente se il mondo, almeno qualche volta, sembra premiare esattamente il contrario?
È a questo punto che mi è tornato in mente Immanuel Kant. Non perché pensassi di trovare una risposta rassicurante, ma perché Kant, davanti a questa obiezione, compie una scelta radicale. Rifiuta completamente la logica della convenienza. Non chiede quale comportamento produca il risultato migliore, né quale renda la vita più semplice. Ci costringe, invece, a cambiare prospettiva. La domanda non è più: “Che cosa ci guadagno?”. Diventa: “Che tipo di persona sto diventando scegliendo in questo modo?”. È una domanda molto più scomoda, perché sposta l’attenzione dalle conseguenze immediate alla forma che, poco alla volta, stiamo dando al nostro carattere.
Non credo che Kant fosse ingenuo. A volte viene presentato come il filosofo delle regole assolute, quasi un moralista incapace di vedere le contraddizioni della vita. Eppure, più lo leggo, più ho l’impressione che avesse capito qualcosa di profondamente umano: se il criterio con cui prendiamo una decisione è soltanto il vantaggio che ne ricaveremo, prima o poi troveremo sempre una buona ragione per fare un’eccezione.
Le eccezioni, infatti, hanno una caratteristica curiosa. Quando riguardano noi stessi sembrano sempre ragionevoli. “Solo questa volta.” “In fondo non faccio male a nessuno.” “Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro.” È difficile trovare persone che si considerino cattive; è molto più facile trovare persone che hanno imparato a raccontarsi una storia convincente. Forse è proprio questo il motivo per cui Kant non ci chiede se la nostra scelta sia utile o conveniente. Ci chiede se saremmo disposti a desiderare che quella stessa scelta diventasse una regola valida per tutti.
A prima vista sembra una domanda astratta, ma proviamo a riportarla dentro la vita quotidiana. Se ogni volta che nessuno controlla decido che una piccola scorciatoia è accettabile, sto affermando che quella scorciatoia dovrebbe essere accettabile per chiunque. Se considero normale mentire quando mi conviene, sto implicitamente dicendo che tutti dovrebbero poter fare lo stesso. Il problema è che molte delle strategie che funzionano per il singolo smettono di funzionare nel momento in cui diventano la norma. Una società in cui tutti mentono quando conviene è una società nella quale la parola perde valore. Una società in cui tutti rispettano le regole soltanto quando vengono controllati è una società costretta a vivere sotto un controllo permanente.
Forse è proprio questo il punto che rende Kant ancora così attuale. Non ci sta dicendo che dobbiamo essere perfetti. Ci sta ricordando che ogni scelta contribuisce a costruire il tipo di mondo nel quale, volenti o nolenti, saremo costretti a vivere insieme agli altri. L’etica, allora, smette di essere una faccenda privata. Diventa un modo di partecipare alla costruzione della realtà sociale.
La domanda, allora, ritorna esattamente dov’era all’inizio del nostro percorso. Che cosa rimane quando quello sguardo scompare? Se togliamo il premio, la punizione, il riconoscimento, il prestigio e perfino la possibilità di raccontare agli altri quanto siamo stati virtuosi, quale motivo resta per fare la cosa giusta? Kant risponderebbe che è proprio in quel momento che nasce la moralità. Finché agisco per ottenere qualcosa, la mia scelta appartiene ancora al mondo degli interessi. Quando continuo ad agire nello stesso modo anche se nessuno saprà mai quello che ho fatto, allora il criterio non è più il vantaggio, ma il principio.
Non so se abbia sempre ragione. Anzi, credo che la sua posizione sia molto più difficile da vivere che da spiegare. Ci saranno sempre situazioni nelle quali essere coerenti avrà un costo personale. Ci saranno momenti in cui l’opportunismo sembrerà la scelta più intelligente. È qui che Kant smette di essere un autore da manuale e diventa una presenza scomoda. Non promette felicità, successo o riconoscimenti. Chiede soltanto di non confondere ciò che è conveniente con ciò che è giusto.
Forse è per questo che continuo a pensare a quei trenta secondi trascorsi nella stanza di quell’anziano. Razionalmente non hanno cambiato il mondo. Probabilmente non hanno cambiato neppure la sua giornata. Ma hanno cambiato qualcosa nel modo in cui guardo me stesso. Mi hanno ricordato che il carattere non nasce dai grandi gesti, quelli che finiscono nei libri di storia o sui giornali. Si forma molto prima, in una lunga serie di decisioni piccole, quasi invisibili, che nessuno applaudirà e che nessuno ricorderà.
Per questo, alla fine, credo che la domanda con cui abbiamo iniziato resti la più difficile di tutte. Non perché abbia una risposta certa, ma perché continua a seguirci anche quando il video finisce. Domani, mentre lavorerai, parlerai con qualcuno, prenderai una decisione o sceglierai la scorciatoia più semplice, ci sarà quasi sicuramente un momento in cui nessuno starà guardando. E forse sarà proprio quello il momento in cui scoprirai non se sei una brava persona, ma quale persona stai lentamente diventando.

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