C’è una risposta semplice a questa domanda. Mirko Moriconi è stato ucciso da suo padre. È la verità. È giusto dirlo. Ed è giusto che sia un tribunale ad accertare ogni responsabilità penale.

Ma quella è soltanto la risposta giudiziaria.

Io, invece, vorrei provare a rispondere a una domanda diversa. Una domanda che nessun processo potrà mai chiudere e che, forse, è ancora più importante. Chi insegna a un padre a vergognarsi di suo figlio?

Perché nessun bambino nasce pensando che un figlio gay sia una vergogna. Nessun padre prende in braccio il proprio figlio immaginando che un giorno potrebbe arrivare a odiarlo per ciò che è. Eppure, qualche volta, succede. Succede perché gli esseri umani non nascono soltanto dalla biologia. Nascono anche dentro una cultura. Crescono ascoltando parole, assorbendo modelli, ereditando paure e imparando quali emozioni siano considerate legittime e quali, invece, debbano essere represse.

È per questo che faccio fatica ad accettare la narrazione che riduce tutto alla follia di un singolo uomo. Sarebbe la spiegazione più semplice. E anche la più rassicurante. Se il male fosse soltanto un individuo, basterebbe arrestarlo per convincerci che il problema sia finito.

Ma se quel male è anche il prodotto di un’educazione, di un linguaggio, di una cultura e di una politica che, per anni, hanno contribuito a costruire l’idea che alcune persone valgano meno di altre, allora quella tranquillità svanisce. Il problema non è più rinchiuso dentro una casa. È seduto nelle nostre famiglie, nelle scuole, nei talk show, nei social network, nelle chiese, nei parlamenti e, qualche volta, perfino nei nostri silenzi.

È da qui che vorrei partire. Non per assolvere chi ha premuto il grilletto. Ma per capire che cosa, molto prima di quel giorno, abbia potuto rendere possibile un odio tanto profondo da arrivare a colpire il proprio figlio.

Questa domanda, in realtà, mi riguarda molto più di quanto possa sembrare. Io sono omosessuale. E conosco una paura che molte persone eterosessuali probabilmente non sperimenteranno mai: quella di chiedersi se dire la verità su chi sei possa costarti l’amore della persona che ti ha messo al mondo.

Da questo punto di vista io sono stato fortunato. Non so se mio padre abbia mai davvero compreso la mia omosessualità. Forse continuerà sempre a guardarla con una certa fatica. Ma una cosa la so con assoluta certezza: non ha mai smesso di essere mio padre. Ha scelto di amare suo figlio prima ancora di capire tutto il resto. Ed è questa esperienza che mi impedisce di liquidare la storia di Mirko come la semplice follia di un uomo.

Mi costringe, invece, a chiedermi quale sia la differenza tra un padre che continua ad amare un figlio anche quando non lo comprende e un padre che arriva a considerarlo una vergogna. Credo che quella differenza non nasca in un giorno. Si costruisce lentamente. Ed è per questo che considero fondamentale una frase.

L’odio non è un istinto. È un apprendimento. C’è un equivoco che dovremmo chiarire. Continuiamo a chiamarla omofobia, ma il termine è fuorviante. Una vera fobia è una paura irrazionale che chi ne soffre riconosce come tale. Chi soffre di claustrofobia o di aracnofobia vive quella paura come qualcosa da cui vorrebbe liberarsi. Con l’omofobia accade quasi il contrario. Chi manifesta ostilità verso gli omosessuali raramente pensa di avere un problema. Al contrario, è convinto che il proprio giudizio sia giusto, morale e perfino doveroso. Le emozioni predominanti non sono l’ansia o il panico, ma il disgusto, la rabbia e il disprezzo. Per questo molti psicologi ritengono che il termine sia improprio: non stiamo parlando di una malattia, ma di un pregiudizio culturale alimentato da stereotipi, ideologie, alcune interpretazioni religiose e anche dalla politica.

Questa distinzione cambia completamente il modo di affrontare il problema. Se pensiamo che l’omofobia sia una patologia, cercheremo sempre il colpevole dentro il singolo individuo. Se comprendiamo che è un pregiudizio, saremo costretti a porci una domanda molto più scomoda.

Dove si impara quell’odio? La risposta più immediata è: in famiglia. Ed è vero. Ma è soltanto una parte della verità. La famiglia è il primo luogo in cui impariamo a guardare il mondo, non l’unico. Una società educa attraverso la scuola, i libri, i giornali, la televisione, i social network, le istituzioni e il linguaggio pubblico. Pensare che l’educazione finisca sulla porta di casa significa ignorare il modo in cui ciascuno di noi è diventato la persona che è.

Gli psicologi distinguono diversi livelli del pregiudizio. Esiste un livello personale, fatto di convinzioni individuali. Uno interpersonale, che prende forma negli insulti, nelle discriminazioni e nelle aggressioni. Uno istituzionale, quando il linguaggio o le decisioni delle istituzioni rafforzano l’esclusione. E uno sociale, fatto di stereotipi e luoghi comuni che finiscono per sembrare naturali proprio perché li ascoltiamo da sempre.

Questa distinzione ci ricorda una cosa fondamentale. Un padre non cresce sotto una campana di vetro. Cresce dentro una cultura. Ed è lì che, molto spesso, impara anche che cosa significhi essere uomo. È lì che impara che cosa significhi essere padre. 

Ed è proprio per questo che, inevitabilmente, dobbiamo parlare di politica. Non perché un ministro possa trasformare una persona in un assassino.  Sarebbe assurdo sostenerlo. Le responsabilità penali sono individuali e nessuna legge, da sola, impedirà mai a un uomo di compiere il male.

Ma la politica ha un altro potere.

Definisce il linguaggio con cui una società interpreta la realtà. Ogni volta che un rappresentante delle istituzioni prende la parola, non esprime soltanto un’opinione. Stabilisce, consapevolmente o meno, quali valori meritino di essere difesi e quali persone possano essere trasformate in un problema. Per questo non ho mai creduto alla frase: “Sono soltanto parole.” Le parole vengono sempre prima dei comportamenti. Prima ancora che un Parlamento approvi una legge, una società ha già deciso chi considera normale e chi, invece, continuerà a guardare con sospetto.

Quando Roberto Vannacci definisce gli omosessuali “non normali”, non sta semplicemente provocando. Sta contribuendo a spostare il confine di ciò che diventa accettabile pensare e dire. Non rende automaticamente qualcuno violento, ma offre una legittimazione culturale a pregiudizi che esistevano già.

È questo che fanno le parole pubbliche. Non creano il pregiudizio. Lo autorizzano. Negli ultimi anni è accaduto qualcosa di simile anche con l’educazione affettiva. Per mesi abbiamo sentito parlare della fantomatica “ideologia gender”, come se il problema fosse insegnare ai ragazzi che ogni persona merita rispetto indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Nel frattempo è sparita la domanda più importante.

A che cosa serve la scuola? Io credo che la scuola non esista per confermare tutto ciò che un ragazzo trova dentro casa. Esiste per allargare il suo orizzonte. Per offrirgli strumenti che, forse, la famiglia non è stata in grado di offrirgli. 

Questa non è una critica alle famiglie. Anzi. La maggior parte dei genitori cerca sinceramente di fare il meglio che può. Ma una legge non dovrebbe essere costruita pensando alle famiglie nelle quali tutto funziona. Dovrebbe essere costruita pensando a quelle nelle quali tutto rischia di  andare storto. Il ragazzo che cresce in una famiglia aperta continuerà a imparare il rispetto. Il problema è il ragazzo che cresce sentendosi dire che l’omosessualità è una vergogna, un peccato o una malattia. È proprio lui ad avere bisogno che un insegnante, uno psicologo scolastico o un educatore gli dica una frase semplicissima: “Tu non sei sbagliato.”

Per questo guardo con preoccupazione a ogni scelta politica che rende sempre più difficile un’educazione affettiva universale. Capisco le ragioni di chi rivendica il diritto dei genitori a partecipare all’educazione dei figli. È un principio importante. Ma i diritti dei genitori non possono cancellare quelli dei figli. E un figlio ha il diritto di incontrare almeno un adulto che gli insegni il rispetto, anche quando quel rispetto manca dentro casa. 

È qui che, secondo me, la destra porta una responsabilità evidente. Negli ultimi anni ha scelto troppo spesso di trasformare i diritti delle persone LGBTQ+ in uno strumento di mobilitazione politica. Ha alimentato paure. Ha costruito nemici culturali. Ha preferito discutere di “ideologia gender” invece che di bullismo, salute mentale, isolamento e suicidi adolescenziali.

Ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui. Perché anche la sinistra porta una responsabilità. Diversa. Ma non meno grave. Per anni ha raccontato i diritti civili come uno dei pilastri della propria identità politica. Eppure, quando ha avuto l’occasione di trasformare quelle battaglie in conquiste definitive, troppo spesso ha rinviato, trattato e compromesso. Il DDL Zan è diventato il simbolo di questo fallimento, ma il problema è più antico. A volte viene il sospetto che mantenere certe battaglie aperte fosse politicamente più conveniente che vincerle davvero. Un diritto conquistato smette di essere una promessa elettorale. Non posso sapere se questa sia stata una strategia consapevole. Non sarebbe onesto attribuire intenzioni che non posso dimostrare. Posso però giudicare il risultato. E il risultato è un Paese nel quale, ancora oggi, la dignità di milioni di persone continua a essere materia di campagna elettorale.

Il centro, infine, ha scelto quasi sempre la posizione più rassicurante. La prudenza. La mediazione. L’equilibrio. Ma ci sono momenti nei quali la neutralità smette di essere una virtù. Perché quando i diritti fondamentali diventano oggetto di trattativa, qualcuno finirà inevitabilmente per pagarne il prezzo. 

Ed è forse questa la vera sconfitta della politica italiana. Aver trasformato la dignità delle persone in un argomento da talk show. Aver discusso per decenni se alcuni cittadini meritassero gli stessi diritti di altri. Aver lasciato che il rispetto diventasse un’opinione.

Mentre noi litigavamo, migliaia di ragazzi continuavano a crescere con la stessa domanda. “Se mio padre sapesse davvero chi sono, continuerebbe ad amarmi?” 

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che io stia cercando colpevoli ovunque. Non è così. Non sto dicendo che una legge possa impedire a un uomo di diventare un assassino. Non credo nemmeno che basti un corso di educazione affettiva per cancellare l’odio dal cuore delle persone.  Sarebbe ingenuo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che la cultura non abbia alcun ruolo nel modo in cui gli esseri umani imparano ad amare, ad avere paura o a disprezzare.

È per questo che continuo a rifiutare la scorciatoia del “mostro”. La parola mostro ci tranquillizza. Ci permette di convincerci che quella persona fosse diversa da noi. Che il problema fosse soltanto dentro di lui. 

Ma gli esseri umani non crescono nel vuoto. Crescono dentro una cultura. Ed è quella cultura che insegna loro che cosa significhi essere uomini, essere padri, essere forti, essere deboli, essere normali.

Per questo non mi interessa soltanto capire chi abbia premuto il grilletto. Mi interessa capire che cosa abbia reso possibile quel gesto. Perché se continuiamo a limitarci a condannare gli assassini senza mettere in discussione la cultura che alimenta certi pregiudizi, continueremo ad arrivare sempre dopo. Continueremo a piangere le vittime. Continueremo a indignarci per qualche giorno. Continueremo a promettere che non succederà mai più. Poi arriverà un’altra tragedia. E ricominceremo da capo.

Ne I figli del sogno ho scritto che i figli non appartengono ai genitori. Oggi ne sono ancora più convinto. Un figlio non nasce per confermare le convinzioni del padre. Non nasce per realizzare i suoi sogni. Non nasce per proteggerlo dalle sue paure. Nasce per diventare una persona diversa.

Ed è proprio questa la prova più difficile dell’amore. Accettare che chi ami possa prendere una strada che non avevi previsto senza per questo meritare meno amore. Forse è qui che dovrebbe incontrarsi tutta la nostra società. La scuola. La politica. La cultura. La religione. Non per decidere come debbano vivere i nostri figli. Ma per insegnare una cosa molto più semplice. Che la dignità di una persona non dipende dal suo orientamento sessuale. Non dipende dalla sua identità. Non dipende dal fatto che corrisponda oppure no alle aspettative della famiglia nella quale è nata.

Per questo continuerò a criticare ogni politica che costruisce consenso trasformando una minoranza in un bersaglio. Continuerò a criticare anche quella politica che promette diritti senza trovare il coraggio di conquistarli. Continuerò a difendere una scuola che non abbia paura di parlare di rispetto. E continuerò a pensare che uno Stato non debba sostituirsi ai genitori, ma debba fare una cosa fondamentale: impedire che il destino di un ragazzo dipenda esclusivamente dalla fortuna di essere nato nella famiglia giusta.

Perché nessun bambino sceglie i propri genitori. Ma una democrazia può scegliere se lasciarlo solo oppure no.

All’inizio di questo video vi ho fatto una domanda. Chi insegna a un padre a vergognarsi di suo figlio? Credo che la risposta sia tanto semplice quanto scomoda. Glielo insegniamo tutti. Ogni volta che una battuta omofoba ci fa sorridere e scegliamo di non dire niente. Ogni volta che un ragazzo viene insultato e preferiamo voltarci dall’altra parte. Ogni volta che un leader politico trasforma una minoranza in un nemico da cui difendersi. Ogni volta che una famiglia confonde l’amore con il possesso. Ogni volta che una scuola rinuncia a educare al rispetto per paura delle polemiche. Ogni volta che un programma televisivo cerca la polemica invece della comprensione. Ogni volta che diciamo: “Non mi riguarda.” Perché è proprio così che nasce una cultura.

Non attraverso un singolo gesto. Ma attraverso migliaia di piccoli gesti che, sommati, finiscono per sembrare normali. Ed è proprio questo che dovremmo avere il coraggio di cambiare. Perché il contrario dell’odio non è la tolleranza. La tolleranza crea una distanza. Io tollero qualcosa che continuo a considerare estraneo.

Il contrario dell’odio è il riconoscimento dell’altro come persona. È capire che nessun figlio dovrebbe mai sentirsi costretto a scegliere tra la verità e l’amore dei propri genitori.

Se la storia di Mirko può insegnarci qualcosa, non è soltanto quanto possa essere devastante l’odio. Può insegnarci quanto sia rivoluzionario un padre che sceglie di amare suo figlio prima ancora di comprenderlo. Forse è questa la vera rivoluzione di cui abbiamo bisogno. Non una legge perfetta. Non un partito perfetto. Non una società perfetta. Ma padri, madri, insegnanti, politici e cittadini capaci di guardare un ragazzo negli occhi e dirgli una frase che nessuno dovrebbe mai essere costretto a dubitare di sentire. “Qualunque cosa tu sia, resterai sempre mio figlio.” Perché è da quella frase, e non dall’odio, che comincia una società davvero libera.


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