
Sei sicuro che le idee che difendi siano davvero tue? È una domanda che può sembrare provocatoria, persino un po’ arrogante.
La prima reazione è quasi sempre la stessa: certo che sono mie. Ho scelto io cosa studiare, quali libri leggere, quali valori difendere, quali persone frequentare. Nessuno mi ha costretto.
Eppure, se ci fermiamo un momento e proviamo a osservare con un po’ di onestà come costruiamo le nostre convinzioni, ci accorgiamo che la questione è meno semplice di quanto sembri.
Noi pensiamo attraverso una lingua che non abbiamo inventato, utilizziamo concetti che abbiamo imparato da altri e interpretiamo il mondo con categorie che qualcuno ci ha trasmesso molto prima che fossimo in grado di metterle in discussione.
Questo non significa che non siamo liberi. Significa, piuttosto, che la libertà non può essere data per scontata. Forse è qualcosa che va conquistato ogni volta che proviamo a distinguere ciò che appartiene davvero alla nostra esperienza da ciò che abbiamo semplicemente assorbito senza accorgercene.
Mi sono trovato a pensare a tutto questo leggendo Bauman. All’inizio, lo ammetto, cercavo nel suo libro quello che cerco spesso quando studio un autore: una teoria ben costruita, dei concetti chiari, magari una definizione da sottolineare. Più andavo avanti, però, più avevo la sensazione di aver imboccato la strada sbagliata. Mi sembrava di voler usare Bauman come una mappa, mentre lui continuava a indicarmi il paesaggio. A un certo punto ho capito che non stava cercando di insegnarmi come funziona la società. Stava cercando di farmi notare qualcosa che avevo davanti agli occhi tutti i giorni e che, proprio perché mi era familiare, non vedevo più.
Viviamo in un’epoca in cui le spiegazioni non mancano. Se voglio sapere come migliorare la mia produttività, come essere più felice, come comunicare meglio o come educare un figlio, mi basta aprire il telefono. Nel giro di pochi minuti troverò decine di persone pronte a dirmi cosa fare. La sensazione è che esista una procedura per ogni aspetto della vita e che il nostro unico problema sia trovare quella giusta. Eppure, nonostante questa enorme disponibilità di informazioni, non mi sembra che siamo diventati più capaci di orientarci. Al contrario, molte persone hanno la sensazione di essere costantemente in ritardo, di non fare mai abbastanza o di vivere seguendo aspettative che non hanno scelto davvero. È un paradosso curioso: aumentano le risposte, ma diminuisce la capacità di formulare le domande giuste.
Forse è proprio qui che Bauman continua a essere attuale. La sociologia, almeno per come la interpreto io dopo questa lettura, non dovrebbe dirci quali decisioni prendere. Se si limitasse a sostituire un insieme di regole con un altro, diventerebbe soltanto un’altra autorità da seguire. Il suo compito, invece, potrebbe essere molto più modesto e, proprio per questo, molto più utile: aiutarci a riconoscere i meccanismi che influenzano il nostro modo di pensare e di agire. Non per eliminarli, perché sarebbe impossibile, ma per renderli visibili. C’è una differenza enorme tra essere condizionati senza saperlo ed essere consapevoli dei condizionamenti con cui dobbiamo fare i conti. La libertà, forse, non consiste nell’essere indipendenti da ogni influenza, ma nel poter dialogare con esse invece di subirle passivamente.
Mentre riflettevo su queste pagine mi è tornato in mente James Hillman. Diceva che la psicologia doveva uscire dalla stanza dello psicologo e tornare in mezzo alla vita. Non credo che volesse semplicemente rendere la psicologia più popolare. Credo che stesse mettendo in discussione l’idea stessa che una persona possa essere compresa isolandola dal mondo in cui vive. Le nostre paure, le nostre ambizioni, persino il modo in cui raccontiamo noi stessi, prendono forma dentro relazioni, istituzioni, modelli culturali e aspettative collettive. È per questo che, a volte, psicologia e sociologia sembrano parlare di cose diverse ma stanno osservando lo stesso fenomeno da due prospettive complementari. Una guarda ciò che accade dentro di noi; l’altra ci ricorda che quel “dentro” non nasce nel vuoto.
A questo punto mi sono chiesto se il problema del nostro tempo non sia, prima ancora che politico o economico, un problema di linguaggio. Abbiamo una quantità enorme di parole per descrivere il successo, la performance, la crescita personale e l’efficienza. Molto meno spesso troviamo parole capaci di raccontare il disorientamento, l’ambivalenza, il sentirsi sospesi tra possibilità infinite e la difficoltà di sceglierne una. Quando manca il linguaggio, anche l’esperienza diventa confusa. Continuiamo a vivere certe sensazioni senza riuscire a metterle a fuoco, come se fossero una nebbia che ci accompagna senza assumere mai una forma precisa.
Forse è proprio qui che uno scrittore, un sociologo, uno psicologo o, più semplicemente, una persona che prova a raccontare il mondo possono incontrarsi. Non nel tentativo di offrire nuove ricette per vivere meglio, ma nello sforzo di trovare parole che permettano di riconoscere esperienze comuni che, fino a quel momento, erano rimaste senza nome. Quando succede, non abbiamo necessariamente trovato una risposta. Abbiamo però conquistato qualcosa che viene prima delle risposte: la possibilità di vedere con maggiore chiarezza ciò che stavamo vivendo. E, a volte, è proprio da quella chiarezza che nasce la libertà di scegliere in modo diverso.
Questa idea mi ha costretto a rivedere anche il modo in cui considero la libertà. Per anni l’ho immaginata come l’assenza di vincoli: essere liberi significa poter scegliere, non avere qualcuno che decide al posto nostro, avere davanti molte possibilità. È un’immagine seducente e, in parte, anche vera. Però Bauman mi ha fatto venire un dubbio. E se il problema non fosse la quantità delle possibilità, ma la qualità dello sguardo con cui le osserviamo? Posso avere davanti cento strade diverse e imboccarne una convinto di averla scelta liberamente, quando in realtà quella decisione è stata preparata da aspettative sociali, modelli culturali, paure, desideri e bisogni che non ho mai avuto occasione di interrogare. In questo senso, la libertà non diminuisce perché qualcuno mi impedisce di scegliere, ma perché smetto di chiedermi da dove nasce la mia scelta.
È qui che, secondo me, la società liquida viene spesso fraintesa. Quando sentiamo parlare di liquidità immaginiamo qualcosa di caotico, instabile, quasi privo di regole. Anch’io, all’inizio, l’avevo interpretata così. Poi mi sono reso conto che Bauman non sta descrivendo semplicemente un mondo che cambia in fretta. Le società sono sempre cambiate. Le persone hanno sempre dovuto adattarsi a trasformazioni economiche, culturali e politiche. La differenza è un’altra. Oggi il cambiamento non rappresenta più un momento di passaggio tra una stabilità e l’altra; è diventato la condizione normale in cui viviamo. Non ci adattiamo per ritrovare un equilibrio. Ci adattiamo sapendo che quell’equilibrio durerà pochissimo e che presto dovremo ricominciare da capo.
Questa condizione produce un effetto curioso. Da una parte ci viene detto che siamo finalmente liberi di costruire la vita che desideriamo. Dall’altra, tutta la responsabilità di ciò che accade ricade sulle nostre spalle. Se il lavoro non funziona, avresti dovuto formarti meglio. Se la relazione finisce, forse non hai comunicato abbastanza. Se ti senti inadeguato, c’è sicuramente un corso, un libro o un metodo che ti permetterà di migliorarti. Quasi ogni problema viene riportato all’individuo, come se il contesto avesse smesso di esistere. Eppure il contesto continua a esserci. Semplicemente è diventato meno visibile. È come l’aria: proprio perché ci siamo immersi dentro fin dalla nascita, finiamo per dimenticarci che esiste.
Ed è qui che, almeno per me, la sociologia diventa preziosa. Non perché offra soluzioni immediate, ma perché compie un’operazione che da soli facciamo molta fatica a fare: sposta lo sguardo. Ci ricorda che molte delle cose che viviamo come problemi esclusivamente personali hanno anche una storia collettiva. Questo non significa deresponsabilizzarci. Significa evitare l’errore opposto, quello di attribuire ogni difficoltà a un nostro fallimento individuale. È una differenza sottile, ma cambia profondamente il modo in cui guardiamo noi stessi.
Forse è proprio questo che intendevo quando dicevo che abbiamo bisogno di un linguaggio nuovo. Non un linguaggio complicato, riservato agli specialisti, ma un linguaggio capace di collegare ciò che accade dentro di noi con ciò che accade intorno a noi. Se questi due livelli rimangono separati, succede qualcosa di strano. La psicologia rischia di trasformarsi in una continua ricerca di soluzioni individuali, mentre la sociologia rischia di parlare delle persone senza ascoltare davvero quello che provano. Eppure la nostra esperienza non è fatta di compartimenti stagni. Quando siamo ansiosi, quando ci sentiamo fuori posto, quando abbiamo paura del futuro, dentro quella sensazione convivono sempre una storia personale e una storia collettiva.
È anche per questo che, negli ultimi anni, ho iniziato a guardare con un certo sospetto tutti quei contenuti che promettono risposte semplici a problemi complessi. Non perché siano sempre sbagliati, ma perché spesso riducono l’esperienza umana a una formula. Ti spiegano come essere più produttivo, come avere più autostima o come trovare la felicità in cinque passi. È un linguaggio rassicurante, perché ci dà l’illusione che ogni difficoltà possa essere risolta seguendo una procedura. Ma la vita, fortunatamente o purtroppo, non funziona così. Le persone non sono macchine da ottimizzare e la libertà non è un’applicazione da installare.
Forse è proprio qui che nasce il senso di questo spazio che ho chiamato Resistenza. Non vorrei che diventasse un luogo in cui qualcuno viene a sentirsi dire cosa pensare. Sarebbe una contraddizione. Mi piacerebbe che fosse un posto in cui impariamo insieme a fare domande migliori. Perché una buona domanda non risolve automaticamente un problema, ma cambia il modo in cui lo guardiamo. E a volte è proprio quello il momento in cui qualcosa comincia davvero a trasformarsi.

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