L’Intelligenza Artificiale e l’ultima illusione dell’uomo

Ogni epoca ha avuto il proprio mostro.

Nell’Ottocento era la creatura di Frankenstein: un essere costruito dall’uomo che finiva per sfuggire al controllo del suo creatore. Negli anni della Guerra Fredda arrivarono HAL 9000 e Skynet, macchine capaci di decidere autonomamente il destino dell’umanità. Più tardi sono comparsi Johnny 5, Wall-E, Data di Star Trek, fino ai sistemi di intelligenza artificiale che oggi utilizziamo ogni giorno.

È curioso osservare come, molto prima di conoscere davvero l’intelligenza artificiale, l’avessimo già immaginata. Il nostro primo incontro con essa non è avvenuto in un laboratorio o davanti a un computer, ma tra le pagine di un romanzo e sullo schermo di un cinema. Questo dettaglio, apparentemente marginale, cambia completamente la prospettiva.

Quando discutiamo di AI, infatti, raramente partiamo dalla realtà. Partiamo dalle storie.

Forse è proprio questo il motivo per cui la domanda più diffusa degli ultimi anni mi convince sempre meno. Continuiamo a chiederci se l’intelligenza artificiale sostituirà l’essere umano, ma forse la domanda è già orientata dall’immaginario che ci siamo costruiti. Se per decenni abbiamo visto macchine che diventavano coscienti, inevitabilmente finiamo per interpretare ogni progresso tecnologico come il primo passo verso quella direzione.

Eppure la storia insegna che le paure raccontano quasi sempre più il presente che il futuro.

Bauman osservava come ogni epoca costruisca le proprie insicurezze insieme alle proprie speranze. Non credo che Terminator ci dica molto sul XXI secolo; credo invece che racconti benissimo l’angoscia nucleare degli anni Ottanta. Allo stesso modo, Her non parla soltanto di un sistema operativo: racconta la solitudine e la fragilità delle relazioni contemporanee.

Forse, allora, la domanda non è che cosa diventeranno le macchine. Forse dovremmo chiederci che cosa le nostre paure raccontano di noi.

In questo senso l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare una nuova ferita narcisistica. Freud parlava di tre grandi colpi inflitti all’orgoglio umano: Copernico ci ha mostrato che non siamo al centro dell’universo; Darwin che non siamo separati dal resto della natura; Freud stesso che non siamo padroni della nostra mente. Non ha mai parlato di una quarta ferita, ma è difficile non domandarsi se l’AI non venga percepita proprio così: come qualcosa che mette in discussione un’altra caratteristica che consideravamo esclusivamente nostra.

Questa paura, però, rischia di farci trascurare un aspetto fondamentale.

Per secoli la filosofia occidentale ha ragionato sulla possibilità di separare la mente dal corpo. Cartesio distingueva la res cogitans, il pensiero, dalla res extensa, la materia. Quella distinzione ha influenzato profondamente il nostro modo di concepire l’essere umano e, forse, spiega anche perché oggi siamo così colpiti da un sistema che scrive, dialoga e sembra ragionare.

Ma la filosofia non si è fermata a Cartesio.

Nel Novecento pensatori come Maurice Merleau-Ponty e, più tardi, studiosi della cognizione incarnata come Francisco Varela, George Lakoff e Mark Johnson hanno iniziato a mettere in discussione quella separazione. L’intelligenza, sostengono, non nasce soltanto dall’elaborazione di informazioni. Nasce dall’incontro continuo tra un corpo e il mondo.

Questa idea mi sembra decisiva.

Noi impariamo a parlare perché qualcuno ci parla. Impariamo a camminare perché esiste la gravità. Impariamo il caldo e il freddo perché li sentiamo sulla pelle. Costruiamo concetti perché abbiamo mani che afferrano, occhi che osservano, un equilibrio che ci orienta nello spazio, un organismo che prova fame, dolore, piacere e fatica.

Non siamo semplicemente cervelli.

Siamo corpi che abitano un mondo.

Per questo motivo mi chiedo se la questione fondamentale non sia diversa da come viene normalmente presentata. Forse il problema dell’intelligenza artificiale non è che le manca l’intelligenza. Forse le manca il mondo.

Questa riflessione cambia completamente il modo di guardare la tecnologia. La fantascienza, in fondo, lo aveva intuito molto prima di noi. Wall-E ci emoziona perché si muove, osserva, aspetta. Johnny 5 ci appare vivo per la sua curiosità. Persino Terminator ha bisogno di un corpo per essere credibile. Quasi tutti i grandi racconti sull’intelligenza artificiale finiscono per darle una presenza fisica, come se nemmeno gli scrittori riuscissero davvero a immaginare una mente completamente disincarnata.

Ma c’è un secondo elemento che il dibattito tende a ignorare.

Ogni volta che utilizziamo un’intelligenza artificiale abbiamo l’impressione di interagire con qualcosa di immateriale. Parliamo di “cloud”, una parola che evoca leggerezza, come se tutto accadesse da qualche parte nel cielo.

Il cloud, invece, è profondamente terrestre.

Sono edifici enormi, migliaia di server, sistemi di raffreddamento, reti elettriche, acqua, fibre ottiche, miniere, semiconduttori, navi cargo e una catena industriale distribuita su gran parte del pianeta.

Marshall McLuhan sosteneva che ogni tecnologia è un’estensione dell’essere umano. La ruota prolunga il piede, il libro prolunga la memoria, il telescopio prolunga la vista. Forse anche l’intelligenza artificiale è un’estensione di alcune capacità cognitive. Ma ogni estensione ha bisogno di un supporto materiale. Nessuna tecnologia è davvero immateriale.

È una riflessione che mi riguarda personalmente. Utilizzo ChatGPT quasi ogni giorno. Mi aiuta a studiare, a mettere ordine nelle idee, a scrivere con maggiore chiarezza. Non considero questo un problema; anzi, sarebbe ipocrita negare il valore che questi strumenti possono avere. Tuttavia, proprio perché li utilizzo, sento il bisogno di ricordarmi che dietro ogni conversazione esiste un’infrastruttura che consuma energia, richiede manutenzione e produce un impatto ambientale.

Non si tratta di demonizzare l’AI. Si tratta di renderla di nuovo visibile.

C’è poi un terzo limite di cui si parla sorprendentemente poco: quello economico.

Ogni rivoluzione tecnologica è accompagnata da aspettative enormi. È accaduto con Internet, con la stampa 3D, con le criptovalute. Questo non significa che fossero tecnologie inutili; significa che, spesso, l’entusiasmo cresce più rapidamente della capacità della società di integrarle.

L’intelligenza artificiale potrebbe seguire un percorso simile. Continuerà probabilmente a migliorare, ma questo non implica necessariamente una crescita illimitata. Ogni innovazione incontra vincoli energetici, industriali, politici, economici e sociali.

C’è una domanda che, personalmente, continuo a trovare più interessante di tutte le altre.

Se un giorno una parte significativa del lavoro umano venisse automatizzata, chi comprerebbe i prodotti e i servizi generati da quell’economia?

Non ho una risposta definitiva. Ma credo che questa domanda meriti almeno la stessa attenzione di quelle dedicate alle prestazioni dei modelli linguistici.

Alla fine, però, mi sembra che il cuore della questione sia ancora un altro.

Forse stiamo attribuendo all’intelligenza artificiale caratteristiche che appartengono soprattutto a noi. Il nostro cervello è straordinariamente predisposto a riconoscere intenzioni, emozioni e volontà. Lo facciamo con gli animali, con le bambole, perfino con semplici figure geometriche in movimento. È naturale che finisiamo per farlo anche con un sistema capace di dialogare.

Questo non significa che l’AI sia priva di importanza. Significa soltanto che dovremmo distinguere tra ciò che il sistema fa e ciò che noi proiettiamo su di esso.

Ed è qui che, forse, il discorso sull’intelligenza artificiale smette di essere una questione esclusivamente tecnologica.

Diventa una questione filosofica, psicologica e culturale.

Perché, in fondo, non stiamo cercando soltanto di capire che cosa siano le macchine. Stiamo cercando di capire che cosa siamo noi.

Ogni volta che costruiamo una tecnologia capace di svolgere un’attività che ritenevamo esclusivamente umana, siamo costretti a ridefinire noi stessi. È accaduto con il telescopio, che ha cambiato il nostro posto nell’universo; con la teoria dell’evoluzione, che ha cambiato il nostro posto nella natura; e oggi potrebbe accadere con l’intelligenza artificiale, che ci costringe a ripensare il significato di parole come intelligenza, creatività, coscienza e responsabilità.

Forse il futuro non dipenderà soltanto da quanto saranno intelligenti le macchine.

Dipenderà anche da quanto saremo intelligenti noi nel comprendere i limiti, le possibilità e le conseguenze delle tecnologie che scegliamo di costruire.

Perché ogni intelligenza, artificiale o naturale, ha bisogno di un mondo. E il modo in cui quel mondo verrà costruito continuerà a dipendere, almeno per ora, dalle nostre decisioni.


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