Questo non è solo un canale YouTube.
È un tentativo di incontro reale in un mondo progettato per restare a distanza.
Incontri Parasociali del Secondo Tipo
Quando gli YouTuber smettono di essere solo pixel sullo schermo

YouTube è un ecosistema strano: miliardi di persone che parlano, pochissime che si incontrano davvero. Tra reaction automatiche, monologhi calibrati e format che si assomigliano tutti, ho sentito il bisogno di fare altro. Non un'intervista. Non una chiacchiera promozionale. Un esperimento di contatto.
Così nasce Incontri Parasociali del Secondo Tipo.
Il nome non è un vezzo. Si ispira agli incontri ravvicinati di Spielberg, certo, ma soprattutto a un fenomeno molto più quotidiano e potente: la parasocialità. Quel legame silenzioso per cui noi sappiamo tutto di un creator — idee, gusti, ossessioni — mentre lui o lei non sa nemmeno che esistiamo. Un'intimità a senso unico. Un rapporto asimmetrico. Una presenza costante che non ci vede.
Ma cosa succede quando questa distanza si rompe? Quando il fan entra nella stanza. Quando lo spettatore smette di guardare e inizia a parlare. Quando chi ha abitato per anni il tuo immaginario accetta di incontrarti davvero.
Questi sono incontri del secondo tipo: non Q&A, non promozione, non posa. Conversazioni in cui la maschera dell'online scricchiola, le risposte non sono pronte e la relazione cambia forma sotto gli occhi di chi guarda. A volte con grazia, a volte con attrito. Sempre con rischio.
Qui troverete dialoghi imprevedibili, domande che non convengono, silenzi che restano. E qualche frase di cui, probabilmente, mi pentirò. Ma va bene così: significa che l'incontro è reale.
Se vi siete mai chiesti cosa succede quando il muro tra creator e pubblico si assottiglia fino quasi a sparire, questa serie non vi spiega la risposta. La mette in scena.
Un po di storia...

Il 15 novembre 2008 non avevo idea di cosa sarebbe diventato questo canale. Diciamolo: neanche YouTube lo sapeva. Per anni è rimasto lì, abbandonato come un vecchio MySpace nel deserto digitale. Poi, il 20 febbraio 2017, ho deciso di dargli una seconda vita: uno spazio dove parlare di attualità, diritti civili, libri, linguaggio e di una società sempre in equilibrio precario tra santità e autodistruzione.
Il 5 giugno 2020 arriva il colpo di scena: YouTube chiude il canale. Non per un contenuto pubblicato lì, ma per un collegamento con un altro account inattivo segnalato per copyright. Colpevole per associazione, mentre complottisti e no-vax continuano serenamente a monetizzare. Giustizia algoritmica, chiamiamola così.
Il 5 dicembre 2021 apro un nuovo canale e riparto. Negli anni successivi gestisco anche il canale dell'associazione culturale Stella & Aratro, portandolo da zero a 6000 iscritti. Intanto continuo il mio progetto personale: incontri con altri YouTuber, studio universitario, e una scelta precisa — tutti i proventi del canale vanno alla piantumazione di alberi su Treedom.
Il 1 gennaio 2026 cambia il nome. Sogni di Latta non mi rappresenta più. Era nato in un periodo in cui avevo bisogno di proteggere i miei sogni, di tenerli al sicuro in un barattolo. Oggi quel barattolo è troppo stretto.
Nasce così Il Cavaliere della Mancia. Non come rebranding, ma come necessità. Don Chisciotte non vince, ma insiste. Sbaglia, cade, riparte. E mantiene un'etica anche quando il mondo lo prende per pazzo. Questa testardaggine mi somiglia più di qualunque slogan.
Il Cavaliere della Mancia non promette risposte, ma onestà intellettuale. Non ricerca per qualcuno, ma con qualcuno. È un progetto che accetta il dubbio, il cambiamento e perfino l'errore, purché avvengano alla luce del sole.

Oggi vivo a Monaco di Baviera e studio psicologia. Questo canale mi ha aiutato a restare in piedi durante la pandemia e continua a ricordarmi perché valga la pena occuparsi di ciò che costruisce, invece di ciò che distrugge. Anche quando un video sembra una terapia collettiva mascherata da discussione culturale: non è un incidente, è parte del percorso.
Il Cavaliere della Mancia non è un rifugio. È una strada.
E camminarci insieme ha più senso che fingere di sapere già dove porta.