Diamo per scontato poter studiare a Barcellona
con un documento italiano, curarci a Berlino come a casa, lavorare a Lione
senza diventare clandestini. In gran parte del mondo queste cose non sono
libertà: sono privilegi per pochi.
Negli Stati Uniti dicono God
bless America. In Inghilterra God save the Queen.
Sono formule identitarie, quasi liturgiche. Noi europei, invece, siamo
cresciuti senza una frase del genere. Forse perché ogni volta che abbiamo
provato a pronunciarne una, la storia ha presentato il conto. E forse è proprio per questo che oggi dovremmo
prestare attenzione a ciò che accade ai margini della mappa. Perché la storia,
quando torna a bussare, non lo fa mai dove ce l'aspettiamo.
La Groenlandia, per esempio. Un territorio
lontano, freddo, apparentemente marginale. Per decenni fuori dal centro del
discorso politico europeo. Eppure oggi improvvisamente al centro di attenzioni,
tensioni, movimenti militari simbolici. Quando luoghi così remoti diventano
strategici, non è perché siano improvvisamente diventati desiderabili. È perché
qualcuno ha paura di perdere terreno.
Guardandoci intorno, una cosa diventa difficile
da negare: essere europei è un colpo di fortuna storico. Non perché l'Europa
sia perfetta. Non perché l'Unione Europea funzioni bene. Ma perché l'idea da
cui nasce — quella sì — è una delle più audaci mai tentate.
L'europeismo non nasce da un mito fondativo.
Nasce dal trauma collettivo di un continente che ha deciso di smettere di
uccidersi non perché fosse diventato buono, ma perché era arrivato al limite.
Due guerre mondiali, l'Olocausto, le città rase al suolo. A un certo punto
qualcuno ha avuto un pensiero scandaloso: e se la smettessimo? Il sogno europeista nasce lì. Non nei palazzi di
vetro, ma nelle macerie. Francia e Germania, nemici storici, diventano vicini
collaborativi. Confini che per secoli hanno prodotto morti diventano luoghi di
passaggio. Non è pace naturale: è pace costruita. Fragile, costosa, ma reale.
Nasce dall'idea che la sovranità assoluta sia un'illusione costosa, che
l'identità non coincida con il sangue, che il confine possa essere una linea
amministrativa e non una ferita.
Questa scelta europea — rinunciare alla potenza
nuda come linguaggio principale — oggi entra in tensione con un mondo che sta
tornando a parlare la lingua della forza. E non è un caso che a farlo in modo
sempre più esplicito siano proprio gli Stati Uniti. Non perché siano improvvisamente diventati
ostili, ma perché stanno vivendo una paura nuova: non essere più l'unico centro
di gravità del mondo. Quando una potenza ha bisogno di presidiare territori
marginali, di alzare la voce, di trasformare ogni gesto in un messaggio, non
sta mostrando sicurezza. Sta cercando rassicurazioni. Qualcuno dirà che questa non è paura, ma forza.
Ma la forza non ha bisogno di spiegarsi continuamente. Agisce. Quando invece
ogni mossa diventa comunicazione, ogni territorio un simbolo, ogni alleato un
pubblico da convincere, siamo davanti a una potenza che sente il terreno
muoversi sotto i piedi. Dirlo non è antiamericano. È prendere sul serio la
storia delle potenze.
Questo sogno, inutile negarlo, è stato in parte
tradito. L'Unione Europea ha spesso parlato il linguaggio delle banche più che
quello dei cittadini. Ha confuso l'integrazione con la tecnocrazia. Ha chiesto
fiducia senza costruire senso. E ha lasciato che la parola "Europa" diventasse
sinonimo di vincolo, non di possibilità. Ed è proprio questa fragilità percepita che oggi
espone l'Europa a pressioni esterne. Da alleati che faticano ad accettare un
mondo multipolare. E da potenze che osservano in silenzio.
Perché in tutta questa storia c'è un dato che
pesa più di molte dichiarazioni: la Cina non sta dicendo nulla. E in
geopolitica il silenzio conta spesso più delle parole. Chi parla molto cerca
consenso. Chi tace, di solito, sta aspettando. Qualcuno suggerisce di guardare a Est, a chi
parla meno e promette stabilità. Ma è una tentazione pericolosa. Il silenzio
delle grandi potenze autoritarie non è rispetto: è opacità. Funziona finché sei
irrilevante. Diventa coercizione quando provi a contare.
L'Europa non è lenta perché è debole. È lenta
perché è plurale. E la pluralità è inefficiente solo se si pensa che
l'obbedienza sia una virtù. Ma attenzione: confondere l'Unione Europea con
l'idea di Europa è un errore fatale. È come giudicare la democrazia da un
cattivo governo. La sovranità condivisa non è una perdita secca: è una
scommessa. Rinunciare a una parte di potere formale per guadagnare stabilità
reale. Le alternative non sono l'indipendenza eroica o la libertà assoluta.
Sono la marginalità o la dipendenza. L'Europa non è Bruxelles. È Atene e Berlino, Roma
e Cordoba. È la filosofia che dubita di sé stessa, la scienza che corregge i
propri errori, il diritto che limita il potere. È l'idea — rarissima — che
nessuna verità sia così sacra da non poter essere discussa.
Essere europei significa vivere dentro una
contraddizione permanente: voler essere liberi e responsabili, critici e
solidali, individualisti senza smettere di appartenere a qualcosa di più
grande. Fuori dal recinto europeo, la normalità è spesso un'altra: ammalarsi
significa indebitarsi, lavorare senza diritti, dissentire esporsi. Non è un
giudizio morale. È un assetto del mondo.
E qui arriva il punto scomodo.
Difendersi non significa tradire l'europeismo.
Significa impedirne la dissoluzione. Affrancarsi non vuol dire rompere le
alleanze, ma smettere di essere minorenni politici. Un'Europa che si assume
responsabilità non diventa antiamericana. Diventa adulta. E un'alleanza tra
adulti è più stabile di una tutela permanente. L'Europa non verrà salvata dai trattati né dai
leader carismatici. Non verrà salvata nemmeno da una riforma dell'Unione
Europea, se prima non viene salvata dalla nostra indifferenza. Il progetto
europeo funziona solo se qualcuno ci crede davvero. Non come slogan, ma come
pratica quotidiana.
Dire God bless Europe
non è una preghiera né un atto di autocelebrazione. È un atto di lucidità
storica. Significa riconoscere che questo esperimento fragile — fatto di
compromessi, errori, tentativi riusciti e altri falliti — vale la pena di
essere difeso proprio mentre lo si critica. Basta guardare alle alternative. A quei luoghi
che per decenni sono stati il sogno del mondo, e che oggi mostrano quanto i
diritti possano diventare revocabili. I sogni, quando diventano revocabili, non
esplodono: si consumano lentamente.
Che milioni di persone cerchino di entrare in
Europa non è un certificato di virtù. È un segnale di responsabilità. Non
cercano un'Europa ideale, ma una prevedibile. Non perfetta, ma abitabile.
Fondata su un'idea semplice e radicale: che i diritti non dipendano dall'umore
del potere. Per questo l'Europa non va idolatrata. Va
abitata. Difesa senza smettere di essere riformata. Protetta senza essere
irrigidita. Tenuta aperta senza essere dissolta.
God bless Europe, allora. Non perché sia
migliore. Ma perché, finché resta incompiuta, resta anche responsabile di sé
stessa. E tutto ciò che è incompiuto — se lo si prende sul serio — è ancora vivo.