God Bless Europe

18.01.2026

di Nicola Accordino

Diamo per scontato poter studiare a Barcellona con un documento italiano, curarci a Berlino come a casa, lavorare a Lione senza diventare clandestini. In gran parte del mondo queste cose non sono libertà: sono privilegi per pochi.

Negli Stati Uniti dicono God bless America. In Inghilterra God save the Queen. Sono formule identitarie, quasi liturgiche. Noi europei, invece, siamo cresciuti senza una frase del genere. Forse perché ogni volta che abbiamo provato a pronunciarne una, la storia ha presentato il conto. E forse è proprio per questo che oggi dovremmo prestare attenzione a ciò che accade ai margini della mappa. Perché la storia, quando torna a bussare, non lo fa mai dove ce l'aspettiamo.

La Groenlandia, per esempio. Un territorio lontano, freddo, apparentemente marginale. Per decenni fuori dal centro del discorso politico europeo. Eppure oggi improvvisamente al centro di attenzioni, tensioni, movimenti militari simbolici. Quando luoghi così remoti diventano strategici, non è perché siano improvvisamente diventati desiderabili. È perché qualcuno ha paura di perdere terreno.

Guardandoci intorno, una cosa diventa difficile da negare: essere europei è un colpo di fortuna storico. Non perché l'Europa sia perfetta. Non perché l'Unione Europea funzioni bene. Ma perché l'idea da cui nasce — quella sì — è una delle più audaci mai tentate.

L'europeismo non nasce da un mito fondativo. Nasce dal trauma collettivo di un continente che ha deciso di smettere di uccidersi non perché fosse diventato buono, ma perché era arrivato al limite. Due guerre mondiali, l'Olocausto, le città rase al suolo. A un certo punto qualcuno ha avuto un pensiero scandaloso: e se la smettessimo? Il sogno europeista nasce lì. Non nei palazzi di vetro, ma nelle macerie. Francia e Germania, nemici storici, diventano vicini collaborativi. Confini che per secoli hanno prodotto morti diventano luoghi di passaggio. Non è pace naturale: è pace costruita. Fragile, costosa, ma reale. Nasce dall'idea che la sovranità assoluta sia un'illusione costosa, che l'identità non coincida con il sangue, che il confine possa essere una linea amministrativa e non una ferita.

Questa scelta europea — rinunciare alla potenza nuda come linguaggio principale — oggi entra in tensione con un mondo che sta tornando a parlare la lingua della forza. E non è un caso che a farlo in modo sempre più esplicito siano proprio gli Stati Uniti. Non perché siano improvvisamente diventati ostili, ma perché stanno vivendo una paura nuova: non essere più l'unico centro di gravità del mondo. Quando una potenza ha bisogno di presidiare territori marginali, di alzare la voce, di trasformare ogni gesto in un messaggio, non sta mostrando sicurezza. Sta cercando rassicurazioni. Qualcuno dirà che questa non è paura, ma forza. Ma la forza non ha bisogno di spiegarsi continuamente. Agisce. Quando invece ogni mossa diventa comunicazione, ogni territorio un simbolo, ogni alleato un pubblico da convincere, siamo davanti a una potenza che sente il terreno muoversi sotto i piedi. Dirlo non è antiamericano. È prendere sul serio la storia delle potenze.

Questo sogno, inutile negarlo, è stato in parte tradito. L'Unione Europea ha spesso parlato il linguaggio delle banche più che quello dei cittadini. Ha confuso l'integrazione con la tecnocrazia. Ha chiesto fiducia senza costruire senso. E ha lasciato che la parola "Europa" diventasse sinonimo di vincolo, non di possibilità. Ed è proprio questa fragilità percepita che oggi espone l'Europa a pressioni esterne. Da alleati che faticano ad accettare un mondo multipolare. E da potenze che osservano in silenzio. 

Perché in tutta questa storia c'è un dato che pesa più di molte dichiarazioni: la Cina non sta dicendo nulla. E in geopolitica il silenzio conta spesso più delle parole. Chi parla molto cerca consenso. Chi tace, di solito, sta aspettando. Qualcuno suggerisce di guardare a Est, a chi parla meno e promette stabilità. Ma è una tentazione pericolosa. Il silenzio delle grandi potenze autoritarie non è rispetto: è opacità. Funziona finché sei irrilevante. Diventa coercizione quando provi a contare.

L'Europa non è lenta perché è debole. È lenta perché è plurale. E la pluralità è inefficiente solo se si pensa che l'obbedienza sia una virtù. Ma attenzione: confondere l'Unione Europea con l'idea di Europa è un errore fatale. È come giudicare la democrazia da un cattivo governo. La sovranità condivisa non è una perdita secca: è una scommessa. Rinunciare a una parte di potere formale per guadagnare stabilità reale. Le alternative non sono l'indipendenza eroica o la libertà assoluta. Sono la marginalità o la dipendenza. L'Europa non è Bruxelles. È Atene e Berlino, Roma e Cordoba. È la filosofia che dubita di sé stessa, la scienza che corregge i propri errori, il diritto che limita il potere. È l'idea — rarissima — che nessuna verità sia così sacra da non poter essere discussa.

Essere europei significa vivere dentro una contraddizione permanente: voler essere liberi e responsabili, critici e solidali, individualisti senza smettere di appartenere a qualcosa di più grande. Fuori dal recinto europeo, la normalità è spesso un'altra: ammalarsi significa indebitarsi, lavorare senza diritti, dissentire esporsi. Non è un giudizio morale. È un assetto del mondo.

E qui arriva il punto scomodo.

Difendersi non significa tradire l'europeismo. Significa impedirne la dissoluzione. Affrancarsi non vuol dire rompere le alleanze, ma smettere di essere minorenni politici. Un'Europa che si assume responsabilità non diventa antiamericana. Diventa adulta. E un'alleanza tra adulti è più stabile di una tutela permanente. L'Europa non verrà salvata dai trattati né dai leader carismatici. Non verrà salvata nemmeno da una riforma dell'Unione Europea, se prima non viene salvata dalla nostra indifferenza. Il progetto europeo funziona solo se qualcuno ci crede davvero. Non come slogan, ma come pratica quotidiana.

Dire God bless Europe non è una preghiera né un atto di autocelebrazione. È un atto di lucidità storica. Significa riconoscere che questo esperimento fragile — fatto di compromessi, errori, tentativi riusciti e altri falliti — vale la pena di essere difeso proprio mentre lo si critica. Basta guardare alle alternative. A quei luoghi che per decenni sono stati il sogno del mondo, e che oggi mostrano quanto i diritti possano diventare revocabili. I sogni, quando diventano revocabili, non esplodono: si consumano lentamente. 

Che milioni di persone cerchino di entrare in Europa non è un certificato di virtù. È un segnale di responsabilità. Non cercano un'Europa ideale, ma una prevedibile. Non perfetta, ma abitabile. Fondata su un'idea semplice e radicale: che i diritti non dipendano dall'umore del potere. Per questo l'Europa non va idolatrata. Va abitata. Difesa senza smettere di essere riformata. Protetta senza essere irrigidita. Tenuta aperta senza essere dissolta.

God bless Europe, allora. Non perché sia migliore. Ma perché, finché resta incompiuta, resta anche responsabile di sé stessa. E tutto ciò che è incompiuto — se lo si prende sul serio — è ancora vivo.


La tua iscrizione non può essere convalidata.
Controlla la tua mail per confermare l'iscrizione

Resta aggiornatə sui progetti e le novità di Sogni di Latta

Utilizziamo Brevo come piattaforma di marketing. Inviando questo modulo, accetti che i dati personali da te forniti vengano trasferiti a Brevo per il trattamento in conformità all'Informativa sulla privacy di Brevo.

Diamo per scontato poter studiare a Barcellona con un documento italiano, curarci a Berlino come a casa, lavorare a Lione senza diventare clandestini. In gran parte del mondo queste cose non sono libertà: sono privilegi per pochi.

Subito dopo il finale di Stranger Things 5 succede qualcosa di curioso. Non una polemica, non una protesta: inizia a circolare l'idea che quel finale non sia davvero il finale. Prima come battuta, poi come sospetto condiviso, infine come teoria vera e propria. Hashtag, video, thread, ricostruzioni minuziose. Nasce così quello che online...