Come si reagisce davanti a un bullo che usa la
prepotenza non per vincere, ma per costringerti
a servirgli da strumento? Uno che minaccia, spinge, umilia non perché
tu gli interessi davvero, ma perché ha bisogno di sentirsi rilevante dentro una
guerra che è, prima di tutto, sua.
La domanda sembra
ingenua solo finché non si guarda bene la scena. Perché il bullo più pericoloso
non è quello che ti odia. È quello che ti usa. Non ti vuole distruggere. Ti vuole necessario al suo racconto, perché
senza di te il racconto non regge. Ti usa come scudo, come leva, come
prova vivente che senza di lui il mondo non sa stare in piedi.
Da bambino Malcolm
X lo imparò nel modo più diretto possibile. Nel suo quartiere
abbassare lo sguardo non evitava il conflitto. Lo annunciava. Diceva: "sono
disponibile". Il pugno non era il cuore della questione. Il cuore era il copione, e lui era solo una parte
intercambiabile. Il bullo non cercava lo scontro finale, cercava la
reazione giusta: paura, rabbia, sottomissione. Quando Malcolm smise di recitare
quella parte, non diventò improvvisamente più forte. Semplicemente, il meccanismo smise di produrre effetti.
Quella dinamica non
è mai scomparsa. Ha solo imparato a parlare in grande.
Negli ultimi anni Donald Trump ha portato questo schema
dentro la politica internazionale senza più filtri. Annunci estremi. Linguaggio
brutale. Minacce iperboliche. Ogni volta presentate come inevitabili, storiche,
definitive. Non per arrivare davvero allo scontro finale, ma per costringere
gli altri a muoversi dentro la sua
narrazione. A reagire. A spiegare. A indignarsi. A farsi vedere.
La sequenza si
ripete con una regolarità che non ha più nulla di casuale. Minaccia. Attesa.
Reazioni. Titoli. Oscillazioni. Poi negoziato. Accordo tecnico. Ricalibrazione.
Mai una marcia indietro dichiarata. Solo un
cambio di racconto. Il ritiro non viene ammesso. Viene assorbito nella
narrazione della vittoria.
Nei mercati
finanziari questo schema ha un nome: TACO.
Non come insulto, ma come pattern osservato. Minaccia quando il costo è
invisibile. Rallenta quando il costo prende forma. Riscrive quando il prezzo
diventa reale. Non è incoerenza. È un modo di usare il caos senza mai pagarne
il costo. Con la Cina, la guerra commerciale viene presentata come totale,
quasi esistenziale. Dazi, ritorsioni, panico. Poi mesi di tavoli tecnici e un
conflitto congelato, non risolto. Trump lo racconta come un successo storico.
Il sistema resta in piedi. Con l'Iran e con la Corea del Nord la scena si
ripete: linguaggio apocalittico finché il prezzo è astratto, de-escalation
quando il prezzo diventa sistemico. Sempre la stessa coreografia. Sempre lo
stesso pubblico chiamato a reagire.
Questo schema funziona solo a una condizione: che
dall'altra parte qualcuno entri in scena.
Che prenda sul serio il teatro. Che risponda come il bullo si aspetta.
La torsione più
interessante arriva quando il metodo viene applicato agli alleati. Acciaio.
Alluminio. "Sicurezza nazionale". Pressioni energetiche. Ricatti espliciti
verso la NATO: "se non pagate, vi difendete da soli". Anche qui, minaccia
massima, panico, dichiarazioni solenni. Poi aumenti graduali della spesa già in
larga parte previsti. Nessuna rottura. Nessun collasso. Stesso risultato.
Stessa narrazione.
Il bullo non è più
fuori dal perimetro. È dentro la stanza. Quando la reazione cambia, il volume
scende. Non perché qualcuno diventi improvvisamente più buono, ma perché il
copione smette di funzionare. A Davos, Emmanuel Macron e altri
leader europei non hanno risposto con indignazione o con la sfida teatrale.
Hanno fatto qualcosa di molto meno spettacolare e molto più efficace: hanno
segnalato capacità di risposta. Non urlata. Non emotiva. Credibile.
Il messaggio, più o meno, era questo: non reagiremo come ti aspetti, ma non
siamo disponibili a essere usati. Il risultato è stato evidente. Le minacce di
Trump verso l'Europa si sono ridimensionate. Non perché qualcuno lo
abbia "sconfitto", ma perché l'Europa ha smesso di offrire il copione
giusto.
Lo stesso discorso è emerso con forza anche fuori
dall'Europa, per voce di Mark Carney, premier progressista
canadese. Il cuore del suo intervento è stato netto: le medie potenze
come il Canada, non sono senza poteri. Esse hanno la capacità di costruire un
nuovo ordine che incorpori i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani,
lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l'integrità
territoriale degli stati.
E qui la vicinanza con l'Europa non è astratta.
Il Canada è già oggi uno dei partner più integrati dell'Unione Europea, legato
da accordi economici, normativi e politici che vanno ben oltre la diplomazia di
facciata. Condivide con l'UE una visione multilaterale, un'idea di sovranità
compatibile con le regole, una diffidenza strutturale verso il ritorno
dell'imperialismo nudo. Quando Carney parla di coordinamento tra potenze
medie, sta parlando anche all'Europa.
Qui entra in scena un altro elemento che spesso
viene frainteso. Non perché manchino le informazioni, ma perché si preferisce il rumore. Negli Stati
Uniti, mentre il teatro dell'escalation continua a produrre titoli, la forza
smette di essere solo retorica. Operazioni dell'ICE
condotte con logiche militarizzate. Civili fermati, intimiditi, colpiti. Uso
della forza giustificato come "ordine". Critiche liquidate come "caos". Qui il
bullo non sta più testando i limiti. I limiti sono già stati spostati. E
nessuno sta chiedendo di rimetterli dov'erano.
E intorno a tutto
questo cresce un pubblico entusiasta. Gente convinta che finalmente "qualcuno
fa qualcosa". Che il problema siano le regole, non chi le usa contro di te. Che
il crollo dei vincoli porti spazio, libertà, opportunità. Come se la fine delle
tutele producesse automaticamente giustizia, e non semplicemente potere nudo.
È lo stesso errore
che fanno certi leader politici. Si dicono forti, sovrani, patrioti. Poi
reagiscono esattamente come il bullo si aspetta. Rumore verso l'interno.
Silenzio verso l'esterno. Giorgia Meloni non è un'eccezione. È una funzione che
il sistema riproduce quando serve
estetica della forza, ma la forza vera è altrove. Il bullo ama questo
tipo di alleati. Perché fanno il lavoro al posto suo. E non è un caso se questo
schema attecchisca spesso a destra o nel centrodestra. Non per una colpa
morale, ma per una fragilità strutturale: si ama l'estetica della forza, ma si
diffida delle strutture che rendono la forza reale. Coordinamento, istituzioni
comuni, politica industriale, difesa condivisa richiedono disciplina,
competenza e una cosa che molti leader non tollerano: smettere di essere
protagonisti solitari. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Molta retorica.
Pochissima capacità di reggere il conflitto vero.
Intanto, nel
sottobosco, prende forma l'idea più pericolosa di tutte: che l'Unione Europea
sia un vincolo da abbattere. Che fuori da quelle regole ci sia finalmente aria.
Che il crollo dell'UE significhi libertà. È un'illusione che nasce da una
profonda incomprensione del gioco. Fuori dalle regole non c'è libertà
selvaggia. C'è arbitrio, e l'arbitrio non
chiede consenso, non premia chi urla più forte, ma chi ha già la forza
materiale per imporre l'ordine.
Qui il discorso
torna al punto di partenza, ma su un piano diverso. Il bullo non va smontato
con l'eroismo. Non va sfidato sul terreno simbolico che ha scelto. Va smontato togliendogli la scena, rifiutando la
parte, interrompendo il ciclo di reazioni che lo alimenta. È una strategia
fredda, poco spettacolare, spesso impopolare. Ma è l'unica che abbia mai
funzionato.
La domanda finale
non riguarda Trump, né gli Stati Uniti, né la Cina. Riguarda noi, e il modo in
cui reagiamo. Quante volte abbiamo
confuso il rumore con la forza? Quante volte abbiamo applaudito chi prometteva
ordine senza chiederci chi avrebbe deciso cosa è ordine e cosa no?
Perché quando il teatro finisce e resta solo il potere, non c'è più spazio per
le metafore. E a quel punto non conta chi urlava di più. Conta chi, quando il gioco è cambiato, era ancora
in piedi.