Il bullo globale e i suoi complici: perché l’Europa deve smettere di farsi usare 

25.01.2026

di Nicola Accordino

Come si reagisce davanti a un bullo che usa la prepotenza non per vincere, ma per costringerti a servirgli da strumento? Uno che minaccia, spinge, umilia non perché tu gli interessi davvero, ma perché ha bisogno di sentirsi rilevante dentro una guerra che è, prima di tutto, sua.

La domanda sembra ingenua solo finché non si guarda bene la scena. Perché il bullo più pericoloso non è quello che ti odia. È quello che ti usa. Non ti vuole distruggere. Ti vuole necessario al suo racconto, perché senza di te il racconto non regge. Ti usa come scudo, come leva, come prova vivente che senza di lui il mondo non sa stare in piedi.

Da bambino Malcolm X lo imparò nel modo più diretto possibile. Nel suo quartiere abbassare lo sguardo non evitava il conflitto. Lo annunciava. Diceva: "sono disponibile". Il pugno non era il cuore della questione. Il cuore era il copione, e lui era solo una parte intercambiabile. Il bullo non cercava lo scontro finale, cercava la reazione giusta: paura, rabbia, sottomissione. Quando Malcolm smise di recitare quella parte, non diventò improvvisamente più forte. Semplicemente, il meccanismo smise di produrre effetti.

Quella dinamica non è mai scomparsa. Ha solo imparato a parlare in grande.

Negli ultimi anni Donald Trump ha portato questo schema dentro la politica internazionale senza più filtri. Annunci estremi. Linguaggio brutale. Minacce iperboliche. Ogni volta presentate come inevitabili, storiche, definitive. Non per arrivare davvero allo scontro finale, ma per costringere gli altri a muoversi dentro la sua narrazione. A reagire. A spiegare. A indignarsi. A farsi vedere.

La sequenza si ripete con una regolarità che non ha più nulla di casuale. Minaccia. Attesa. Reazioni. Titoli. Oscillazioni. Poi negoziato. Accordo tecnico. Ricalibrazione. Mai una marcia indietro dichiarata. Solo un cambio di racconto. Il ritiro non viene ammesso. Viene assorbito nella narrazione della vittoria.

Nei mercati finanziari questo schema ha un nome: TACO. Non come insulto, ma come pattern osservato. Minaccia quando il costo è invisibile. Rallenta quando il costo prende forma. Riscrive quando il prezzo diventa reale. Non è incoerenza. È un modo di usare il caos senza mai pagarne il costo. Con la Cina, la guerra commerciale viene presentata come totale, quasi esistenziale. Dazi, ritorsioni, panico. Poi mesi di tavoli tecnici e un conflitto congelato, non risolto. Trump lo racconta come un successo storico. Il sistema resta in piedi. Con l'Iran e con la Corea del Nord la scena si ripete: linguaggio apocalittico finché il prezzo è astratto, de-escalation quando il prezzo diventa sistemico. Sempre la stessa coreografia. Sempre lo stesso pubblico chiamato a reagire.

Questo schema funziona solo a una condizione: che dall'altra parte qualcuno entri in scena. Che prenda sul serio il teatro. Che risponda come il bullo si aspetta.

La torsione più interessante arriva quando il metodo viene applicato agli alleati. Acciaio. Alluminio. "Sicurezza nazionale". Pressioni energetiche. Ricatti espliciti verso la NATO: "se non pagate, vi difendete da soli". Anche qui, minaccia massima, panico, dichiarazioni solenni. Poi aumenti graduali della spesa già in larga parte previsti. Nessuna rottura. Nessun collasso. Stesso risultato. Stessa narrazione.

Il bullo non è più fuori dal perimetro. È dentro la stanza. Quando la reazione cambia, il volume scende. Non perché qualcuno diventi improvvisamente più buono, ma perché il copione smette di funzionare. A Davos, Emmanuel Macron e altri leader europei non hanno risposto con indignazione o con la sfida teatrale. Hanno fatto qualcosa di molto meno spettacolare e molto più efficace: hanno segnalato capacità di risposta. Non urlata. Non emotiva. Credibile. Il messaggio, più o meno, era questo: non reagiremo come ti aspetti, ma non siamo disponibili a essere usati. Il risultato è stato evidente. Le minacce di Trump verso l'Europa si sono ridimensionate. Non perché qualcuno lo abbia "sconfitto", ma perché l'Europa ha smesso di offrire il copione giusto.

Lo stesso discorso è emerso con forza anche fuori dall'Europa, per voce di Mark Carney, premier progressista canadese. Il cuore del suo intervento è stato netto: le medie potenze come il Canada, non sono senza poteri. Esse hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incorpori i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l'integrità territoriale degli stati.

E qui la vicinanza con l'Europa non è astratta. Il Canada è già oggi uno dei partner più integrati dell'Unione Europea, legato da accordi economici, normativi e politici che vanno ben oltre la diplomazia di facciata. Condivide con l'UE una visione multilaterale, un'idea di sovranità compatibile con le regole, una diffidenza strutturale verso il ritorno dell'imperialismo nudo. Quando Carney parla di coordinamento tra potenze medie, sta parlando anche all'Europa.

Qui entra in scena un altro elemento che spesso viene frainteso. Non perché manchino le informazioni, ma perché si preferisce il rumore. Negli Stati Uniti, mentre il teatro dell'escalation continua a produrre titoli, la forza smette di essere solo retorica. Operazioni dell'ICE condotte con logiche militarizzate. Civili fermati, intimiditi, colpiti. Uso della forza giustificato come "ordine". Critiche liquidate come "caos". Qui il bullo non sta più testando i limiti. I limiti sono già stati spostati. E nessuno sta chiedendo di rimetterli dov'erano.

E intorno a tutto questo cresce un pubblico entusiasta. Gente convinta che finalmente "qualcuno fa qualcosa". Che il problema siano le regole, non chi le usa contro di te. Che il crollo dei vincoli porti spazio, libertà, opportunità. Come se la fine delle tutele producesse automaticamente giustizia, e non semplicemente potere nudo.

È lo stesso errore che fanno certi leader politici. Si dicono forti, sovrani, patrioti. Poi reagiscono esattamente come il bullo si aspetta. Rumore verso l'interno. Silenzio verso l'esterno. Giorgia Meloni non è un'eccezione. È una funzione che il sistema riproduce quando serve estetica della forza, ma la forza vera è altrove. Il bullo ama questo tipo di alleati. Perché fanno il lavoro al posto suo. E non è un caso se questo schema attecchisca spesso a destra o nel centrodestra. Non per una colpa morale, ma per una fragilità strutturale: si ama l'estetica della forza, ma si diffida delle strutture che rendono la forza reale. Coordinamento, istituzioni comuni, politica industriale, difesa condivisa richiedono disciplina, competenza e una cosa che molti leader non tollerano: smettere di essere protagonisti solitari. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Molta retorica. Pochissima capacità di reggere il conflitto vero.

Intanto, nel sottobosco, prende forma l'idea più pericolosa di tutte: che l'Unione Europea sia un vincolo da abbattere. Che fuori da quelle regole ci sia finalmente aria. Che il crollo dell'UE significhi libertà. È un'illusione che nasce da una profonda incomprensione del gioco. Fuori dalle regole non c'è libertà selvaggia. C'è arbitrio, e l'arbitrio non chiede consenso, non premia chi urla più forte, ma chi ha già la forza materiale per imporre l'ordine.

Qui il discorso torna al punto di partenza, ma su un piano diverso. Il bullo non va smontato con l'eroismo. Non va sfidato sul terreno simbolico che ha scelto. Va smontato togliendogli la scena, rifiutando la parte, interrompendo il ciclo di reazioni che lo alimenta. È una strategia fredda, poco spettacolare, spesso impopolare. Ma è l'unica che abbia mai funzionato.

La domanda finale non riguarda Trump, né gli Stati Uniti, né la Cina. Riguarda noi, e il modo in cui reagiamo. Quante volte abbiamo confuso il rumore con la forza? Quante volte abbiamo applaudito chi prometteva ordine senza chiederci chi avrebbe deciso cosa è ordine e cosa no? Perché quando il teatro finisce e resta solo il potere, non c'è più spazio per le metafore. E a quel punto non conta chi urlava di più. Conta chi, quando il gioco è cambiato, era ancora in piedi.


Diamo per scontato poter studiare a Barcellona con un documento italiano, curarci a Berlino come a casa, lavorare a Lione senza diventare clandestini. In gran parte del mondo queste cose non sono libertà: sono privilegi per pochi.