È notizia di questi giorni che l'OMS – la
famigerata Organizzazione Mondiale della Sanità, quella che secondo Internet
vuole farci mangiare grilli, distruggere i consorzi alimentari, abolire la
tradizione e probabilmente anche rubarci il cane – ha ribadito che il
prosciutto, gli insaccati e le carni lavorate rientrano nella categoria
"cancerogeno di livello 1". Ed è comprensibile che una notizia del genere,
raccontata così, faccia scattare fastidio, stanchezza, perfino rabbia. Perché
quando ti dicono per l'ennesima volta che qualcosa che hai sempre mangiato
"aumenta il rischio", la sensazione è che non ci sia più spazio per vivere
normalmente. Il problema è quello che succede subito dopo.
La traduzione
immediata per una parte consistente della popolazione diventa: "non si può più
mangiare niente", "ci vogliono morti", "è tutto un complotto". Da lì in poi,
come sempre, parte il circo. Un circo rumoroso, ignorante, ma soprattutto
coerente con se stesso. Perché i commenti che seguono non sono casuali, non
sono eccentricità isolate: sono pattern cognitivi prevedibili.
"Viviamo in un
mondo dove ci dicono che inceneritori e centrali nucleari sono sicure, ma il
prosciutto è pericoloso come l'amianto". Qui non c'è indignazione, c'è
confusione categoriale pura. Si mescolano rischio ambientale, esposizione
cronica, dose, probabilità e causalità come se fossero figurine. Tutto viene
messo sullo stesso piano, così non si capisce più niente e ci si può sentire
intelligenti senza aver capito nulla. È il prezzo di un pensiero che rifiuta le
sfumature perché richiedono fatica.
"L'OMS è
un'organizzazione criminale di pedomassoni assassini". Questa non è
un'opinione, è un riflesso paranoide. Quando un'istituzione diventa una figura
persecutoria totale, non stai criticando il potere: stai proiettando. È il
linguaggio tipico di chi non distingue più tra realtà, simbolo e minaccia,
perché tutto viene vissuto come attacco personale.
"Meglio un'insalata
di scarafoni con bistecca coltivata, made in Davos". Qui entra in scena il
nemico mitologico. Davos, il grafene, i sieri, il pangolino. Non serve che
siano veri, serve che siano evocativi. È pensiero magico applicato alla
geopolitica, con una spruzzata di complottismo da bar. Quando il mondo diventa
troppo complesso, il cervello preferisce una favola brutta a una realtà
difficile.
Poi arrivano i
grandi classici: "mio nonno ha 97 anni e mangia prosciutto", "io ho 68 anni,
fumo, bevo, mangio carne e sto benissimo", "sono morto 22 anni fa se crediamo a
queste notizie". Questo non è argomento, è bias del sopravvissuto recitato a
memoria. È prendere l'eccezione e usarla per cancellare la statistica. È come
dire che la roulette russa è sicura perché qualcuno ha premuto il grilletto ed
è ancora vivo.
In mezzo,
ovviamente, il vaccino, i "sieri genici", il bugiardino, il grafene. Perché
quando il cervello entra in modalità allarme totale, tutto si collega a tutto.
Non per logica, ma per affinità emotiva. Se una cosa mi ha fatto arrabbiare,
allora è della stessa famiglia di tutte le cose che mi fanno arrabbiare. Fine
del ragionamento. Questo meccanismo non riguarda "gli altri": riguarda chiunque
sia stanco, confuso e bombardato.
Quello che colpisce
non è il contenuto dei commenti. È la regressione cognitiva che mostrano.
Nessuno di questi commenti risponde a quello che l'OMS dice davvero. Nessuno
parla di dose, frequenza, contesto, rischio relativo. Tutti rispondono a una
caricatura, a un fantoccio. Se la prendono con la scienza, ma in realtà se la
prendono con l'idea che il mondo sia più complesso di come lo vorrebbero.
Ed è qui che il
terrorismo nutrizionale trova terreno fertile. Perché davanti a questo caos
mentale arrivano quelli che dicono: "tranquillo, ti spiego io cosa puoi
mangiare". E lo fanno gridando più forte, semplificando di più, terrorizzando
meglio. Il risultato è una popolazione che non capisce la scienza, non si fida
delle istituzioni, ma si affida ciecamente a chi urla di più. Non è ignoranza
individuale. È un ecosistema della paura che funziona benissimo.
Quei commenti non
sono il problema. Sono il sintomo. Il problema è il sistema che li ha resi
normali, prevedibili, quasi automatici. Nessuna di quelle frasi nasce dal
nulla: sono il prodotto di anni di esposizione a un ambiente informativo che
premia la paura, l'indignazione e la semplificazione brutale. Un ambiente
progettato così.
I social network
non sono semplicemente luoghi di espressione. Sono macchine di selezione
emotiva. Non amplificano ciò che è vero, ma ciò che attiva di più il sistema
nervoso: rabbia, disgusto, paura. È lì che l'algoritmo prospera. E il cibo, la
salute, il corpo sono perfetti, perché toccano la sopravvivenza, l'identità, il
controllo. Non devi convincere nessuno, devi solo allarmarlo abbastanza da
farlo restare.
Dentro questo
ecosistema nascono i guru. Non scienziati, non divulgatori, ma imprenditori
dell'ansia. Persone che prendono frammenti di linguaggio scientifico e li
trasformano in narrazione salvifica: "io ho capito", "gli altri mentono",
"seguimi e sarai al sicuro". È una dinamica identica a quella settaria, solo
ripulita esteticamente. Niente tuniche, ma slide. Niente dogmi, ma "studi che
non vogliono farti vedere". Il messaggio è sempre lo stesso: il mondo è
pericoloso, io sono la tua guida.
La pseudoscienza
funziona perché imita la forma della scienza senza accettarne le regole. Usa
parole come "studio", "ricerca", "evidenza", ma rifiuta il confronto, il
consenso, la revisione. Ogni dato diventa assoluto se conferma la narrazione,
ogni dato contrario è "comprato". È un sistema chiuso, impermeabile, perfetto
per chi ha bisogno di certezze emotive più che di verità.
E poi c'è la
politica, che in tutto questo non è spettatrice, ma beneficiaria. Una
popolazione spaventata, divisa, ossessionata da ciò che mangia e da ciò che la
ucciderà domani è una popolazione che non guarda le strutture, non chiede conto
delle condizioni materiali, non organizza conflitto reale. Si litiga sul
prosciutto mentre si accettano ambienti tossici, lavori usuranti, sanità sotto
pressione, disuguaglianze crescenti. Il controllo tramite paura non ha bisogno
di censura: ha bisogno di rumore.
Il terrorismo
nutrizionale è solo una declinazione di qualcosa di più ampio: la
trasformazione della salute in campo di battaglia morale. Se stai male è perché
hai sbagliato, se ti ammali è perché non sei stato abbastanza attento,
abbastanza puro, abbastanza informato. Così il sistema sparisce dall'equazione
e resta solo l'individuo colpevole, isolato, impaurito.
Il parallelo con le
dinamiche settarie non è una metafora suggestiva: è strutturale. Le sette
funzionano sempre allo stesso modo. Creano un mondo percepito come ostile,
caotico, contaminato. Ti convincono che sei circondato da pericoli invisibili
che solo loro sanno riconoscere. Ti dicono che la verità ufficiale mente, che
le istituzioni sono corrotte, che gli altri dormono. Poi ti offrono una cosa
potentissima: appartenenza e certezza. Non devi più capire, devi credere. Non
devi più valutare, devi aderire. Nel terrorismo nutrizionale succede la stessa
identica cosa, solo senza incenso e senza guru barbuti. Il cibo diventa il
sacramento, la dieta diventa la dottrina, lo sgarro diventa peccato. Chi mangia
"male" non sbaglia: è moralmente inferiore. È contaminato. È parte del
problema.
Ed è qui che la
questione smette definitivamente di essere culturale o comunicativa e diventa
etica. Perché chi comunica queste cose non può più nascondersi dietro l'alibi
dell'opinione o della libertà di espressione. Quando sai che il tuo messaggio
genera ansia, paranoia, senso di colpa e divisione, e continui a produrlo
perché funziona, perché cresce l'account, perché vende corsi, consulenze,
integratori o identità, non sei un divulgatore. Sei un irresponsabile. E in
certi casi sei un danno sociale.
Il terrorismo
nutrizionale non è un eccesso comunicativo. È una strategia. E come tutte le
strategie basate sulla paura, funziona finché la gente non smette di guardare
il meccanismo e continua a fissare il bersaglio sbagliato. Perché il problema
non è il prosciutto, la frutta o l'acqua. Il problema è chi ha trasformato la
salute in una leva di controllo emotivo e chi, sapendo di farlo, continua a
farlo lo stesso.
A quel punto non è
più ignoranza. È scelta.