Chi ha ucciso il piacere di emozionarsi?

04.01.2026

di Nicola Accordino

1 gennaio 2026, Monaco di Baviera. La neve cade fitta e il freddo penetra anche sotto il divano. Io sono lì, coperta sulle gambe, luci spente. Sta per partire l'ultima puntata di una serie che ci ha tenuti incollati a internet per un mese intero.

Eppure non c'è silenzio. C'è un ronzio.

Non nella stanza: nella testa. Mille voci, mille frame già visti, mille teorie masticate, digerite, rigurgitate come chewing-gum senza sapore. E in quell'istante mi rendo conto, con un fastidio quasi fisico: non sto per guardare un finale. Sto per scorrere una checklist.

Ed è qui che qualcosa si è rotto.

Stranger Things non è stata solo una serie. È stata una sala autoptica collettiva. Un mese passato a sezionare ogni secondo, ogni inquadratura. Non per capire meglio, ma per prepararci alla delusione. E quando arrivi a un finale così, il verdetto è già scritto.

Il risultato era scontato: molti non si sarebbero goduti il finale. Non perché fosse brutto, ma perché era già stato consumato mentalmente. Spoilerizzati non da Netflix, ma da se stessi.

E sì, dentro quel "molti" ci sono anch'io. E no, non mi tiro fuori: quel ronzio me lo sono portato addosso anch'io, dall'inizio alla fine.

Funziona sempre così: se aspetti qualcosa con ossessione, perde sapore. Se non succede quello che volevi, ti incazzi. Se succede esattamente quello che volevi, ti senti furbo. In entrambi i casi non ti emozioni. È come toccare una piastra rovente e stupirsi di scottarsi.

Io il finale me lo sono goduto per quanto possibile. Non era perfetto. Non esistono finali perfetti. Esistono finali onesti, finali coerenti e finali buttati via. Questo non era buttato via. Ma già sapevo troppo. Succederà questo. Morirà Tizio. Tornerà Caio. E quando la traiettoria si conferma, non scatta l'emozione. Scatta il controllo qualità. Timbro rosso incluso.

Ed ecco il coro. "Mancano pezzi." "Non è chiuso." "È affrettato." "È pigro." Certo che mancano pezzi. Mancano sempre. Il cinema non è un manuale IKEA. Non tutto deve essere spiegato, chiuso, incastrato con le brugole emotive. Questa ossessione per la completezza è una deformazione tossica, non una virtù critica.

Sì, sto parlando anche a te, spettatore medio: abbassa il sopracciglio, spegni l'analista per un attimo e prova a guardare.

Non guardiamo più le opere. Le processiamo. Non siamo spettatori: siamo revisori contabili dell'immaginario. Cucchiara in mano, pronti a scavare nel piatto per dire che manca il sale. Ma non stiamo mangiando. Stiamo facendo l'inventario.

Il sistema la alimenta. Il mercato dell'attenzione. Me ne accorgo anche da me: mentre guardo penso già a cosa non torna, a cosa direi dopo, a come lo smonterei. Non sto più vivendo una storia. Sto preparando un commento.

E non raccontiamoci la favola che sia sempre stato così. I film di Harry Potter erano pieni di buchi di trama, scelte discutibili, passaggi saltati. E allora? Non c'erano i social a trasformare ogni imperfezione in un processo pubblico. Si guardava. Ci si emozionava. Si accettava il patto narrativo. Oggi invece ogni minima incongruenza diventa una catastrofe globale. Davvero, abbiamo bisogno di questa isteria permanente?

La sospensione dell'incredulità non è un optional da ingenui. È il fondamento dell'esperienza narrativa. Senza di essa, tutto crolla. Ogni film diventa ridicolo. Ogni serie una lista di difetti. Se non sospendi la credulità, non stai guardando: stai sabotando. E poi accusi l'opera di non averti emozionato.

Ed eccoci al punto dolente. Non guardiamo più per goderci qualcosa. Guardiamo per confermare una tesi. Per dire: "avevo ragione io". Per dichiarare che è una merda prima ancora di darle una possibilità reale. Questo non è spirito critico. È una postura difensiva. È paura di lasciarsi andare. Meglio trovare il buco di trama, meglio sentirsi superiori. Così siamo al sicuro.

Nel frattempo buttiamo via soldi, tempo, energia mentale. Ore di vita spese a rosicare su dettagli insignificanti invece di attraversare un'esperienza. Uno spreco enorme, travestito da intelligenza.

Critici della settima arte con la forchetta in mano che cercano il pelo nell'uovo mentre il ristorante chiude tutt'intorno. Questi non sono fan. Non cercano emozioni. Cercano conferme. Non amano le storie: amano smontarle. Bulimia di contenuti, zero immaginazione, zero sospensione. Fandom tossici, punto.

Questo vizio mentale si sta mangiando l'arte dall'interno. Tutto deve essere anticipato, spiegato, giustificato. Nessuno spazio per ambiguità, imperfezione, silenzio.

Finché non ricominciamo a guardare per il gusto di guardare, nessun finale ci salverà. Rilassatevi. Concedete spazio all'immaginazione, alla sospensione, al godimento semplice. Altrimenti l'arte diventa un elenco di errori e noi diventiamo spettatori morti dentro.

Stranger Things, in questo senso, è stato uno specchio brutale. Non della società. Delle nostre abitudini mentali. Ci ha mostrato quanto siamo diventati incapaci di sederci, spegnere il rumore e lasciare che una storia faccia il suo lavoro.

Questo è il finale più amaro. Non quello della serie. Il nostro.


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1 gennaio 2026, Monaco di Baviera. La neve cade fitta e il freddo penetra anche sotto il divano. Io sono lì, coperta sulle gambe, luci spente. Sta per partire l'ultima puntata di una serie che ci ha tenuti incollati a internet per un mese intero.

Basta.
Non "basta" come lo dicono nei talk show, con la faccia contrita e la voce impostata. Basta sul serio. Basta da nausea. Basta da stanchezza cronica. Basta da "ma davvero siamo ancora qui a spiegare queste cose nel 2025?".