I Figli di Putin (#iorestoacasa giorno 9)

24.03.2020

Da qualche tempo l'Occidente cerca di tranquillizzarsi sulla Russia presentando Vladimir Putin come un bravo ragazzo volenteroso, percepito dal popolino imbonito dai social e Fake news come l'incarnazione del superuomo, del leader capace e decisivo da contrapporre alle democrazie burocratiche e farraginose dell'Europa. Meme e post farlocchi presentano Putin come un salvatore della patria, sorvolando allegramente non solo sulle differenze culturali tra Russia ed Europa, ma soprattutto sulle differenze di governo ed economiche.

L'ascesa di Vladimir Putin fu segnata da una caduta, quella del muro, che lo vide, tenente colonnello a Dresda, dover fronteggiare un assedio alla stazione del KGB nella Germania dell'Est. Putin tornò a Mosca, svestendo i panni dell'agente del KGB e indossando quelli del politico. Prima l'incarico di vicesindaco di San Pietroburgo, sua città natale, poi un ritorno alle origini, nel 1998, con il comando del FSB, una delle agenzie che succedettero al KGB, affidatogli da Yeltsin. Disilluso dal crollo dell'Unione Sovietica che Putin definì la «più grande tragedia della storia», e lasciatosi alle spalle l'ideologia marxista leninista della gioventù impartitagli a scuola, il motto zarista «Autorità, ortodossia e nazionalismo» diventò la guida di un leader che fin dai primi anni al potere volle ricostruire la Russia sulle fondamenta di ordine e stabilità. Un fascino per quel potere zarista che di recente Putin non ha nascosto, rivelando in un'intervista al Financial Times la sua ammirazione per Pietro il Grande, «il più grande leader al mondo».

Nella stessa intervista, Putin ridicolizza la democrazia liberale avvalorando, di fatto, il primato della dittatura della maggioranza che, con un'ardita operazione cosmetica, diventa "democrazia diretta". Il capo e il suo popolo per sempre uniti in difesa della solita trinità, Dio, patria e famiglia (tradizionale). Che il capo del Cremlino la pensasse così era nei fatti, assai meno esplicitamente nelle parole. Il salto di qualità è conseguenza dell'aria del tempo. Il nazionalismo, tenuto almeno verbalmente a bada perché base ideologica di due Guerre mondiali, non si vergogna di palesarsi ora che è egemone in due grandi potenze, la Russia di Putin e l'America di Trump, conquista Paesi di medio calibro come l'Italia di Matteo Salvini, è solida maggioranza nell'Ungheria di Orbán, cresce nel Vecchio Continente. Sino a costituire l'alternativa a quel modello liberale che, dopo il crollo dell'Urss, doveva essere capofila del "nuovo ordine mondiale". Esiste oggi, anche se sembra un ossimoro, una internazionale nazionalista che spazia da Mosca a Washington, da Budapest a Roma, rompe il tradizionale gioco delle alleanze, si propone il superamento di quanto ci sembra più prezioso, cioè i valori dell'Occidente.

E per raggiungere questo obiettivo, utilizza la tecnologia, i social e le Fake news, facendo leva sull'analfabetismo funzionale figlio della erronea concezione specialistica e nozionistica della Istruzione di massa. In un mondo in cui il senso critico e la capacità di elaborazione di una notizia sono sostituiti dalla voglia di protagonismo e incalzati dalla necessità di essere i primi a condividere qualsiasi cosa, il giovo delle bufale insinua il dubbio, distribuisce incertezze, divide persone, popoli, nazioni, Il fine ultimo è chiaro: distruggere l'unione europea e con esso il principi occidentali di uguaglianza, solidarietà sociale, mutuo soccorso. Principi certo applicati in modo discontinuo e non uniforme, ma che negli ultimi sessanta anni ci hanno portato diritti civili e nuove forme di convivenza altrove impossibili, soprattutto nella Russia dello Zar Putin. Una feroce dittatura dove i dissidenti politici, le minoranze, i giornalisti indesiderati vengono costantemente eliminati ad ogni costo e con ogni mezzo. Una patria di diritti negati che si offre come modello per un nuovo mondo dove non si convive tra pari ma dove il piú forte vince e il debole soccombe.

Putin in vent'anni di potere non ha mai smesso di consolidare l'immagine di un uomo che ha salvato la Russia dalla decomposizione e l'ha riportata al centro del mondo e della geopolitica. Che ha proclamato l'avvento del multipolarismo, che ha inventato la democratura e la "verticale del potere", che ha lubrificato nazionalismo e sovranismo, che ha schiacciato l'opposizione e progressivamente ridotte le libertà e la società civile; che negli anni del suo dominio ci sono state centinaia di morti tra politici a lui avversi, giornalisti che lo criticavano - un nome su tutti: Anna Politkovskaja, uccisa il 7 ottobre del 2006. Avversari e oppositori spariscono brutalmente. Succede all'uomo più ricco di Russia, l'imprenditore Mikhail Khodorkovskij, padrone del gruppo petrolifero Yukos, che aveva foraggiato alcuni media ostili al Cremlino. Fu chiaro a tutti che si trattò di un processo politico, perché Khodorkovskij aveva criticato apertamente la corruzione dell'apparato governativo, e, di conseguenza, sconfessato il ruolo di Putin. Il regime non poteva tollerare un "insider" del potere russo. Doveva essere zittito. La lezione impartita avrebbe "educato" gli altri oligarchi che si fossero messi in testa di emularlo. I padroni assoluti del Paese capirono l'antifona, accusarono il colpo e si accontentarono di gestire i loro affari senza più interferire col Cremlino, anzi, dimostrandogli fedeltà e comunanza d'intenti. Si rinnovava la tradizionale sottomissione al potere centrale, leit motiv della storia russa.

Putin si fa paladino dei vari movimenti localisti, per destabilizzare l'Ue: finanzia le destre sovraniste e antieuro, attacca la Georgia per difendere i separatisti dell'Ossezia del Sud e dell'Abkazia, che pone sotto il suo ombrello militare. Aiuta la ribellione armata del Donbass contro Kiev, annette la Crimea, va in soccorso di Damasco e diventa il burattinaio della crisi mediorientale, appoggia l'Iran e stringe alleanza con Erdogan, causando imbarazzi e problematiche strategiche nella Nato, visto che la Turchia ne rappresentava il pilastro orientale, la sentinella del Caucaso. E adesso, i tentacoli putiniani sono arrivati in Libia. Il sogno di sempre della Russia imperiale e sovietica: il Mediterraneo. Senza dimenticare il progetto neo-imperiale dell'Eurasia che altro non è che il tentativo di sganciare l'Europa dall'Occidente politico-militare-culturale, scippandola all'egemonia americana. Dulcis in fundo, altro schema adottato da Putin è quello che pone la Russia come "eterno bastione" per la difesa della cristianità.

Indubbiamente, sotto la sua guida la situazione economica della Russia è migliorata, così come la stabilità politica e il peso politico internazionale di Mosca, ma i russi hanno barattato la sicurezza facendosi privare di molti, troppi diritti. Siamo sicuri che vogliamo importare questo stesso modello di potere nelle nazioni europee? Siamo sicuri, parafrasando il Presidente Sandro Pertini, che sia preferibile la migliore delle dittature alla peggiore delle democrazie?