Trentanove anni, vergine.

02.07.2019

"nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura onde mi accorsi che la diritta via era smarrita". Chi non ha mai recitato, dai 35 anni in poi, questo che è l'incipit piú famoso della letteratura italiana, di quella Commedia di Dante (definita poi "Divina" dal Petrarca)? Oggi è il mio trentanovesimo compleanno e voglio lasciare in questo blog una confessione che mi porto nel cuore da tanto tempo e che mi tormenta non poco. Lo so, vi ho abituato nell'ultimo anno a parlare di politica e problemi della società contemporanea, scatenando polemiche e ricevendo da parte vostra anche molti feedback interessanti. Ma talvolta anche un blogger che cerca di essere impegnato nel sociale sente il bisogno di dare la stura ai propri sentimenti piú profondi e spesso taciuti.

Oggi è il mio compleanno e le lancette dell'orologio biologico segnano +39. Un bel traguardo a cui sono felice di approdare e ringrazio dio o chi per lui della possibilità di poterlo condividere con delle persone speciali, a partire dalla mia famiglia, dalla cerchia di amici ristretta fino a quelle conoscenze nate online e che mi danno ogni giorno stimoli interessanti. Ma è anche un anno importante, l'ultimo della serie dei trenta, l'ultimo appello per essere abbastanza giovane per lottare con e per il mondo e non ancora troppo vecchio per essere messo da parte. Come mi disse qualcuno dieci anni fa, gli "enta" sono l'ultimo appello prima della lunga serie degli "anta".

I miei "enta" mi hanno portato lontanissimo non solo fisicamente ma anche mentalmente, da ciò che ero da ragazzo, verso lidi e situazioni che mai avrei pensato di poter vivere. Senza grossi traumi, senza molte perdite incolmabili, senza dolori insuperabili, ma solo con la quotidiana battaglia interna ed esterna a me. La maggior parte li ho trascorsi qui in Germania, dove mai avrei immaginato di approdare e dove ho trovato un porto abbastanza sicuro dove poter riparare le varie falle della mia nave. Falle che mi portavo appresso da anni e che avevo ignorato, coprendole con strati di vernice sempre piú spessa e variopinta. È arrivato il momento di affrontare quella piú grande e gravosa.

No, non sto parlando della mia omosessualità. Con quella ci ho fatto pace già da lungo tempo, accettando che non tutti, anche tra le persone a me piú care al mondo, capiranno. Ho capito che non posso stare sempre ad elemosinare l'attenzione e l'affetto degli altri: io sono questo, non posso e non voglio cambiare per nessuno. Sono orgoglioso di ciò che sono, di come sto vivendo la mia condizione e di quello che di buono sta portando nella mia vita. Confrontarsi ogni giorno con quello che gli altri definiscono diversità, mi aiuta a mantenermi vivo, empatico, aperto agli altri e disponibile al dialogo. Certo non è una regola fissa, ma nel mio caso ha funzionato cosí. Posso dire che sono grato alla natura di avermi fatto omosessuale. Mi reputo molto fortunato in questo.

Il punto è questo: a trentanove anni sono ancora vergine. No, non come nel film del 2005 in cui Steve Carell interpreta un commesso quarantenne che non aveva mai conosciuto l'amore di una donna. La mia verginità è di altro genere: a trentanove anni non ho mai perso la testa per qualcuno, non ho mai sentito l'assenza, il dolore quasi fisico di qualcuno che non c´è. Ho creduto di essere innamorato, ma in realtá non lo sono stato mai. Ho creduto di amare ma è stata soltanto un'idea, non c'era una presa, una resa completa verso qualcuno. Ero innamorato dell'idea dell'amore, o per meglio dire dell'immagine dell'amore. E questo mi ha fatto fare degli sbagli e del male alle persone. Questa voglia di amare, di sentirsi innamorati... ma alla fine non era assolutamente quello che sentivo, io non sentivo nessun coinvolgimento profondo. Vorrei chiedere scusa a tutte quelle persone cui ho fatto credere di essere innamorato mentre io non lo so cosa voglia dire, non so cosa voglia dire svegliarsi e pensare a qualcuno, avere la testa piena di questa persona dalla mattina fino alla sera senza sentire altro. Io non so cosa voglia dire desiderare ardentemente di costruire qualcosa con qualcuno, non ne ho la piú pallida idea. Lo so che questo è qualcosa che può sembrare un discorso vuoto visto i tempi che attraversiamo, visto quello che succede ogni giorno, tutto il dolore e la sofferenza che c'è, ma l'amore ci serve per capire che la vita non è soltanto errore, ma e fatta per riempire il mondo di bellezza. Sono arrivato oggi a trentanove anni senza aver mai provato quella sensazione totalizzante, quel sentimento che ti prende e ti scombussola la vita, che ti spinge verso qualcuno come se fossi attratto da una calamita. Io tutto questo non l'ho mai sentito e mi manca, mi manca come se fosse qualcosa di fondamentale. E molto probabilmente lo è, è qualcosa che ti fa sentire finalmente vivo. E io lo vedo in alcune delle persone che mi circondano. Lo vedo brillare ogni volta negli occhi di alcuni miei amici che hanno il privilegio di sentire questo sentimento. Un sentimento che non è definitivo perché cambia, ma pur cambiando resta intenso ed è qualcosa che può far sentire vivi e che dà un senso a tutto.

Ho giocato all'amore senza conoscerne le regole. Sono scresciuto come molti a pane e romanticismo, ma non ho mai sentito il trasporto della vicinanza cosí forte per qualcuno, anche se ho avuto relazioni molto importanti con persone che, al netto dei loro difetti e delle differenze, mi hanno comunque voluto bene. Non è mai facile tirare fuori quel che uno ha dentro, chiedere scusa per un errore. Non mi è facile guardare in faccia la realtá ed accorgersi che la vita è trascorsa credendo di amare ma in realtá facendo del male ad altre persone che mi volevano davvero bene e che mi amavano. Il fatto è che non me rendevo conto, come tante persone intorno a noi, che viaggiano insieme ma non si conoscono, non si vogliono bene, non si considerano. Ci ho messo un po' a comprendere questa verità della mia esistenza.

Non conosco l'amore e non è poca roba di questi tempi. Forse può sembrare melenso ma è la verità: alla fine che cosa siamo noi se non esseri che devono sentire qualcosa, cosa siamo se non animali superiori perché riusciamo a sentire dei sentimenti cosí totalizzanti e potenti? E quando questi sentimenti non li senti o non li hai mai provati ma sai che possono cambiare il tuo modo di vedere le cose, la tua percezione del mondo e degli altri, che possono farti sentire finalmente completo non li senti, provi un vuoto dentro che non riesci a colmare con niente. Ci abituiamo a pensare che i sentimenti siano superflui, che non servano, che si possano soppiantare con belle macchine, belle case, la compagnia di un cane. Non è banale cercare l'amore, uno dei sentimenti piú sfuggenti e irriconoscibili della gamma umana. Non è banale anche se è stato banalizzato, anche se da bambini ci dicono che è una cosa da femmine, che noi maschi non dobbiamo piangere, che dobbiamo essere forti, che non dobbiamo mostrare le nostre attenzioni. Gli esempi maschili che ho avuto non sono stati molto edificanti in questo senso. Non ho mai visto piangere mio nonno materno a cui ero molto legato neanche quando è morta sua madre. Ho visto piangere mio nonno paterno solo quando è morta sua moglie, compagna di una vita. Mio padre stesso non l'ho mai visto esternare altro che la sua rabbia, la sagace ilarità e l´ironia. Ma le lacrime no, quelle sono vietate. Io esplodo nella rabbia, esplodo nel dolore, ma non riesco ad esplodere nella gioia. Piango ma sempre quando sto male, quando quella rabbia e quel vuoto che sento dentro mi devastano. Ma non riesco a lasciarmi andare, a piangere di gioia, a vibrare d'amore. Come se per me l'amore fosse ancora una cosa da femmine, come se essere innamorato volesse dire sentirmi fragile, consegnarmi nelle mani dell'altro, dipendere completamente da lui. Una parte di me vorrebbe tanto sentire quella vibrazione d'amore e la cerco ovunque. Scrutto gli occhi degli altri, specialmente dei ragazzi che mi piacciono, cercando quella scintilla che mi dica "ehi, vuoi essere la mia metà?"

I miei amici mi circondano d'amore e stima, la mia famiglia mi coccola e mi vuole bene, potrei anche ritenermi soddisfatto di questo ma non lo sono perché mi sento incompleto. Tutti mi dicono che devo stare calmo e che l'amore arriverà quando meno me l´ aspetto. E fidandomi mi sono messo ad aspettare paziente, ma sto esplodendo d'amore dentro, mi sto consumando mentre il tempo che non tonerà piú indietro va sprecato. Tempo che potrei investire a scambiare amore e riempire il mondo di luce. Invece sono qui, che teorizzo cosí bene su un sentimento che mai mi ha toccato; che scrivo libri e blog su qualcosa che non conosco se non per sentito dire.

Questo mi sconvolge. Guardo gli altri, i miei amici coinvolti in storie esplose all'improvviso come un temporale estivo, quando meno se lo aspettavano e mi chiedo perché. Perché loro sì e io no? E allora mi chiedo cosa sbaglio, se sbaglio io o gli altri, se quelli che vedo che sembrano cosí presi dall'altro in relata fingono seguendo il copione classico di cosa dovrebbe essere l'amore. Ma... fosse cosí, quanto terribile potrebbe essere?

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