La silenziosa fuga dei 28 mila

14.07.2019

La questione migratoria continua a tenere banco nella politica italiana, un po' perché si tratta in parte di una emergenza gestita in modo abbastanza scoordinato a livello europeo e un po' perché fa comodo all'attuale maggioranza di governo (e soprattutto al socio ex minoritario della lega) per distrarre la popolazione dai reali problemi del Paese: disoccupazione, crescita del peso fiscale, pericolo recessione, corruzione in tutti gli ambiti, mancata crescita. Problemi tutt'altro che secondari per l'Italia, affrontati in modo caotico e spesso dilettantistico (seppur forse, concediamogli il beneficio del dubbio, in buona fede) dalla parte ex maggioritaria dell'esecutivo, i cinque stelle. Ma mentre salvini ed il suo entourage social ci bombardino giornalmente con post, Meme e altre immondizie sulla immigrazione dall'africa, non una sola parola viene spesa nei confronti di un'altra ben piú grave emigrazione, quella dei laureati italiani che fuggono all'estero.

Certo è un problema che ci trasciniamo da anni, sin dai governi degli anni ´90, in cui si registrarono le prime avvisaglie di quelle che avrebbero con il tempo assunto le proporzioni di un esodo biblico. Sono anni che l'Italia soffre di una costante emorragia di figure professionali qualificate, che decidono con sempre maggior incidenza di spostarsi all'estero in cerca di uno spazio che in patria gli viene negato. Ma negli ultimi anni il fenomeno sembra essere scomparso dal dibattito pubblico, tutto incentrato a guardare a chi entra e non a chi evade dall'Italia. Si, credo che evadere sia il termine giusto. I giovani, laureati e non, evadono da una gabbia in cui sono stati costretti dai governi miopi degli ultimi 30 anni, impegnati a fare macelleria sociale e soprattutto, governato da persone attaccate alle poltrone proporzionalmente alla loro età anagrafica.

Secondo l'Istat negli ultimi cinque anni sono circa 244mila i giovani con più di 25 anni che si sono trasferiti all'estero, di cui il 64% possiede un diploma o una laurea. Dal 2013 al 2017 il numero degli emigrati laureati è salito del 41%. Nel solo 2017 i laureati a fare i bagagli sono stati 28mila, il 4% in più rispetto al 2016. L'Italia perde il proprio capitale umano e si priva delle risorse di più alto profilo, e così il rilancio diventa ancora più difficile. Qualche anno fa Almalaurea ha calcolato che nel nostro Paese quattro manager su dieci non hanno una laurea. Sembra che l'Italia voglia fare a meno dei saperi, sia nel mondo del lavoro, sia nella politica. D'altronde anche i nostri vicepremier Salvini e Di Maio non sono laureati. Forse è per questo che loro in Italia ci sono rimasti, e purtroppo ora ci governano.

Questo è un dato che non stupisce: nella retorica comunicativa di cinque stelle e della Lega, il termine "professoroni" associato a chi, secondo loro, è responsabile del disastro dell'Italia, ha fatto sì che diventasse un demerito, quasi una vergogna essere laureati, avere delle conoscenze critiche e cognitive o sapersi destreggiare tra libri, leggi, regolamenti. I politici di mestiere, spesso laureati e con un bagaglio di esperienze considerevole sono stati sostituiti da persone con poche o nulle esperienze precedenti, con la falsa speranza che sapessero "fare di meglio". E infatti, il leitmotiv dei fan di questo governo è: i professoroni ci hanno portato a questo, certo questi non potranno fare di peggio (e i risultati sono davanti gli occhi di tutti). Laddove un tempo si premiava e rispettava il valore dello studio, oggi persone completamente incompetenti, ignoranti (talvolta in senso assoluto) e incapaci di padroneggiare certe tematiche, si trovano ai vertici della società italiana e devono prendere decisioni importanti per tutti. Mentre chi ha studiato, chi si è fatto il mazzo per raggiungere un certo obiettivo scolastico viene tacciato di essere un figlio di papà, di essere viziato, lontano dal mondo.

È il prezzo da pagare per una idea di istruzione completamente sbagliata, intesa come costo e non come investimento. La politica dovrebbe sapere (ma lo sa anche fin troppo bene) che la fuga di cervelli è in primis un danno per le casse dello Stato. L'Italia spende sempre meno per l'istruzione: secondo le stime dell'Ocse il 28% rispetto agli altri Paesi dell'Unione Europea ma, nonostante gli investimenti risicati - circa il 4% del Pil - questi soldi si perdono se una volta completati gli studi il laureato decide di lasciare il Paese. Si calcola che il percorso di studi di un singolo cittadino costi allo Stato circa 77mila euro fino al diploma, una spesa che cresce fino a 158mila euro per un laureato in triennale, e arriva a 170mila euro per un laureato in magistrale. Il costo di un dottore di ricerca è invece di 228mila euro. Se rapportiamo questa spesa ai 28mila laureati che lasciano ogni anno l'Italia, possiamo stimare che l'emigrazione dei professionisti costi ogni anno allo Stato circa 4,5 miliardi di euro. Praticamente metà della manovra finanziaria predisposta dal M5S per il reddito di cittadinanza.

La cosa assurda è che questo governo, detto del cambiamento, in realtá non sta cambiando assolutamente nulla ma sta esasperando una situazione, che si autoalimenta da troppo tempo, di bassa scolarizzazione e conseguente scarsissima innovazione ed evoluzione del paese. Una ignoranza diffusa funzionale a chi basa il proprio consenso sulla non conoscenza dei fatti, delle tematiche internazionali, della storia nazionale e delle vicende che ci circondano. E i prossimi tagli all'Istruzione (qualcuno dice quattro miliardi, qualcuno dice di meno ma non è questo il punto), colpiscono adesso direttamente la scuola primaria e secondaria, guarda caso quelle che danno l'istruzione alla piú ampia fetta della popolazione. Secondo l'Istat infatti, solo il 26,9% degli italiani tra i 30 e i 34 anni ha portato a termine un percorso di studi di terzo livello o equivalente, e poco più del 60% tra i 25 e i 64 possiede un diploma. Un dato che si unisce all'alta percentuale di giovani che decide di abbandonare gli studi: nel solo 2017 il 14% degli studenti tra i 18 e i 24 anni ha deciso di interrompere la propria formazione. Sono statistiche che potrebbero lasciare indifferenti se non rapportate alla media Ue, dove per i titoli secondari è del 77,5% per la fascia dai 25 anni ai 64, e in ambito universitario quasi del 40%, per la fascia dai 30 ai 34.

L'Italia non è un paese per giovani. Il sud si sta svuotando di manodopera fresca, non esistono politiche per le famiglie, per lo sviluppo reale del lavoro, per incentivare l'imprenditoria giovanile. Qualche anno fa i giovani italiani sono stati chiamati bamboccioni, additando il presunto attaccamento alle mura familiari. Ma risulta difficile andare a vivere da soli se non si ha nemmeno un lavoro. Elsa Fornero, qualche tempo dopo, ha poi rincarato la dose definendoli "choosy". Anche questa uscita si è rivelata infelice: non sono i giovani a disprezzare il lavoro, è il mercato del lavoro che fatica a predisporre opportunità per i professionisti appena formati. Altri paesi europei come la Germania in cui vivo da sei anni, hanno politiche per il sostegno dei giovani, per l'inserimento nel mondo del lavoro, regole di ingaggio certe, salario minimo garantito, tutele sindacali, sostegno alla disoccupazione con reinserimento nel mondo del lavoro. Inoltre, in molti comparti (mi viene da pensare a quello medico ma non solo), le aziende tedesche assorbono i laureati provenienti da altri paesi agevolando il riconoscimento dei titoli di studio e permettendo l'integrazione nel sistema produttivo. E infatti molti dei laureati italiani decidono di espatriare in Germania (la cui crescita resta superiore a quella italiana nonostante in flessione rispetto gli anni precedenti).

In Italia se sei giovane o sei stupido o sei drogato. Non ci sono spazi di espressione men che meno per i laureati. Continuiamo ad importare mano d'opera non specializzata e perdiamo ingenti risorse e la crescita e l'innovazione sono fermi. Le eccelse menti che hanno fatto grande la nostra nazione adesso scappano terrorizzate in cerca di nuove opportunità. E mentre la nostra popolazione diviene sempre piú vecchia e ignorante, una intera classe politica fatta di inetti e faccendieri prolifera sul malcontento e sulla rabbia sociale. Bisogna ritornare ad investire sulla istruzione, sulla ricerca e sui giovani. E se è vero che la migrazione dall'africa si ferma creando le condizioni per cui queste persone non partano dalle loro case, tanto piú lo stesso discorso vale per l'Italia che deve puntare sui suoi figli migliori se vuole davvero ritornare ed avere un peso vero nel mondo. 

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