de-Non sono (razzista, omofobo, misogino), ma…

09.07.2019

In Italia il razzismo non è più un tabù, anche se gli italiani fanno ancora molta fatica ad ammetterlo. Non siamo piú gli "italiani brava gente" e forse non lo siamo mai stati: la nostra storia novecentesca è ricca di macchie indelebili, dalla violenza del Fascismo alle leggi razziali alla caccia agli ebrei, l'uso dei gas asfissianti (iprite e fosgene) allo scopo, per altro mancato, di accelerare le operazioni belliche in Etiopia. Il problema è proprio quello: abbiamo di noi stessi una considerazione eccessiva, sballata, sfocata, ignorante. Che tuttavia sta cambiando. Stiamo quasi arrivando a fare i conti con noi stessi. Stiamo scoprendo il mostro che ci vive dentro. In un sondaggio di Swg svolto negli ultimi mesi del 2017, il 55% degli intervistati non esclude di poter assumere certe posizioni su persone di origini diverse, stranieri, immigrati. Eppure, in pochi ammetterebbero di essere razzisti, in quel 55% di possibilisti. E in questo senso, i toni da perenne campagna elettorale della Lega e di certi giornali, così come l'ampia disinformazione online che si abbevera dai social, colpiscono nel segno. Parlando a un pubblico non solo cristallino ma, come le indagini raccontano, trasversale e connivente. Che magari non userebbe certi toni ma che in fondo condivide la sostanza. Si pesca dunque in un repertorio consolidato che trasforma i pregiudizi in bufale e viceversa, costruendo l'armamentario non solo delle teste calde (troppe) di questo Paese ma solleticando in gran parte anche la pancia degli italiani. I 35 euro al giorno dallo Stato, la bella vita negli alberghi, i migranti come costo e appunto portatori di malattie, l'invasione in corso. Nei casi più duri la "sostituzione di popolo" citata da Salvini che attinge a piene mani alle follie di storielle come il piano Kalergi. Tutto questo si traduce in una recrudescenza di atti e parole razziste che è sotto gli occhi di tutti.

Basta guardare ad alcuni casi di cronaca di questi giorni. A bologna, un 29enne ghanese, cameriere in un bar pizzeria davanti alla stazione di Bologna, ha raccontato di essere stato aggredito e offeso con insulti razzisti da cinque militari dell'Esercito, fuori servizio. Li aveva rimproverati perché ubriachi e molesti. 'Negro di m..., vieni qua che ti spacco una bottiglia in testa', gli avrebbero detto. E quando al razzismo si mescola anche la misoginia, ecco che il cocktail che ne risulta diventa fatale per la libera convivenza. Emblematico quello che sta succedendo intorno a Sara Gama, capitano della nazionale italiana femminile, figlia di madre triestina e padre ghanese, è diventata oggetto di insulti sulle pagine ufficiali della nazionale. «Te pareva che la giocatrice africana della nazionale italiana di calcio femminile non la mettessero in primissimo piano?» si legge in uno dei tweet pubblicati a commento della foto. Uno dei commenti, rimossi, mette in dubbio invece la sua nazionalità: «Quella sarà anche nata in Italia, avrà la cittadinanza italiana, parlerà italiano ma, mi dispiace, non è italiana. Non ne possiede né le caratteristiche né i cromosomi». Su Facebook c'è chi invece ha attaccato l'intera nazionale femminile e la battaglia per il riconoscimento dello status di professionista messa in campo in questi anni: «Dovrebbero proporre un bello spettacolo per avere pubblico e quindi soldi, e per ora quello che propongono è imbarazzante per chi ama il calcio. Per essere professionisti bisogna essere professionali e capaci, poi i soldi arrivano. Non è questione di parti opportunità, il calcio femminile fa semplicemente schifo». E questi sono solo alcuni esempi dei post deliranti, maschilisti e misogini scritti da quella gran brava gente degli italiani. Commenti che fanno il paio con altri, davvero vomitevoli, espressi nei confronti di Noa Pothoven, la ragazza olandese che si è lasciata morire dopo essere stata vittima di stupro. Il piú memorabile è quello di un utente, che ha commentato come "non si possa morire solo per del esso non consenziente" svilendo in poche parole non solo la violazione del corpo delle donne ma anche la vita di Noa stessa, che non è riuscita a superare lo choc post traumatico preferendo l'oblio a quella esistenza fatta di dolore e sofferenza.

Ma i toni eccessivi di una classe politica incapace ed inetta che fonda, piú dei governanti precedenti, sulla rabbia e sulle reazioni di pancia del popolino la propria fortuna elettorale, a farne le spese sono anche le altre minoranze che devono lottare ogni giorno contro ingiustizie e soprusi impensabili ed insostenibili: omosessuali e disabili. Su come il mondo LGBT sia bersaglio costante di attacchi indiscriminati da parte di pezzi del Governo non mi dilungherò molto. Conosciamo il pensiero del ministro Fontana sulla non esistenza delle famiglie arcobaleno. Ma quello che Valentina Tomirotto, su una sedia a rotelle per una malattia genetica, ha dovuto subire a un comizio del vicepremier a Porto Mantovano è emblematico di come si sia perso il senso della misura e della decenza. È la persona con disabilità stessa a raccontare l'accaduto. "Un anziano militante non ha gradito, si è diretto verso di me e ha strappato quel foglio dalle mie ruote dandomi dell'handicappata" E il regresso civile in Italia è talmente evidente che anche all'estero ci si comincia a fare qualche domanda.

E se anche il papa, massima autorità dei cattolici, viene preso di mira da chi la teoria dovrebbe essere in linea con il suo pensiero e dovrebbe considerarlo suo capo spirituale, allora c´è qualcosa che non va. Francesco infatti, che pur difendendo ancora alcuni aspetti della chiesa resta comunque molto impegnato sul piano sociale e politico, ha espresso il suo pensiero nel corso della prima udienza generale del 2019 nell'Aula Paolo VI in Vaticano: "Meglio non andare in chiesa, vivere come ateo. Se tu vai in chiesa devi vivere come un figlio, come un fratello. Non devi dare una contro testimonianza, ma una testimonianza dell'essere cristiani". E questo gli ha attirato da una parte l'approvazione della parte sana del paese, quello che non fa di tutta l'erba un fascio ma che distingue le persone e non le razze. Ma dall'altra è stato il bersaglio di duri attacchi. «Bergoglio come Badoglio», «O salviamo l'Ue o i nostri figli vivranno in uno Stato islamico». Due frasi apparentemente senza collegamento, ma che nascondono un unico filo conduttore. La prima proviene da uno striscione che i camerati di Forza Nuova hanno esposto durante un blitz in Vaticano il 12 maggio, mentre Papa Francesco celebrava l'Angelus. La seconda è stata pronunciata da Matteo Salvini lo stesso giorno, durante un comizio a Sanremo. Memorabile anche uno dei tanti vestiti-manifesto del vicepremier Matteo Salvini, una maglietta con su scritto: «Il mio Papa è Benedetto», un riferimento all'altro Papa, Benedetto XVI.

Il razzismo, l'omofobia, la xenofobia e la misoginia insomma, non sono più un tabù: stanno uscendo passo dopo passo da quella zona oscura per farsi posizione politica legittima, innestandosi anzitutto come chiave di soluzione nel confronto disperato fra ultimi e penultimi. Lavoro che manca, welfare diroccato, corruzione e inefficienza ma anche cronaca nera: il razzismo ci serve come veicolo per ripulirci la coscienza, assegnando la colpa di ogni male del Paese a chi è, visivamente, diverso da noi. Se questa è brava gente, figuriamoci la cattiva.

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