de-L’Onore e il Rispetto

10.05.2019

Tutti negli ultimi 10 anni abbiano sentito parlare anche di sfuggita del caso di Stefano Cucchi, l'uomo fermato il 15 ottobre 2009 dai Carabinieri per detenzione e spaccio di droga e morto il 22 ottobre successivo durante la sua detenzione cautelare presso il carcere Regina Coeli di Roma. Le cause della morte sarebbero secondo i familiari e la sorella Ilaria Cucchi riconducibili alle violenze subite durante la detenzione, dimostrate da referti medici e dalle foto dell'autopsia. Violenze su cui il personale giudiziario ha negato negli anni ogni responsabilità, addebitandone la causa alla situazione precedente all'arresto del giovane: per le conseguenze di un supposto abuso di droga, per cause pregresse alle condizioni fisiche o per il suo rifiuto del ricovero al Fatebenefratelli. Ma Cucchi prima dell'arresto e dell'arrivo in caserma non aveva alcun trauma fisico e quando il giorno dopo l'arresto si tenne l'udienza per la conferma del fermo in carcere, aveva difficoltà a camminare e a parlare, oltre ad evidenti ematomi agli occhi. Nonostante le precarie condizioni, il giudice fissò l'udienza per il processo che doveva tenersi un mese dopo, stabilendo inoltre la sua permanenza in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli. Dopo l'udienza le condizioni di Cucchi peggiorarono ulteriormente, e venne visitato all'ospedale Fatebenefratelli, presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all'addome (inclusa un'emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale). Viene quindi richiesto il ricovero, che però non avviene per il mancato consenso del paziente. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente. Cucchi muore all'ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009: al momento del decesso pesa solamente 37 chilogrammi

Durante le indagini circa le cause della morte, un testimone dichiarò che Stefano gli aveva detto d'essere stato picchiato; il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con lui (che era solo) ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; la detenuta Annamaria Costanzo afferma che il giovane le aveva detto di essere stato picchiato, mentre Silvana Cappuccio vide personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza. Grazie all'attivismo di Ilaria Cucchi, il caso ha avuto una grande visibilità mediatica, con notevole impatto sulla opinione pubblica italiana, facendo tra l'altro emergere altri casi analoghi di persone morte in carcere senza che la causa del decesso sia ancora accertata. Ovviamente le polemiche maggiori si sono avute in ambito politico, spaccato tra chi difende l'operato dell'arma colpevolizzando Cucchi e la sua famiglia (a cominciare dall'allora sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi, che ha dichiarato come Stefano fosse morto per anoressia e tossicodipendenza passando per i vari attacchi alla persona di Ilaria Cucchi fatte da Salvini e altri esponenti della destra), sempre e comunque in difesa dell'Arma e delle forze dell'ordine.

Dopo anni di processi, condanne, assoluzioni, ricorsi in cassazione, il 20 giugno 2018 Francesco Tedesco, uno dei militari rinviati a giudizio nel processo bis aperto nel 2015, presenta alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia contro ignoti, nella quale lamenta la scomparsa di un'annotazione di servizio da lui redatta il 22 ottobre 2009 e indirizzata ai suoi superiori, nella quale esponeva i fatti accaduti nella notte fra il 15 e il 16 ottobre precedente. Comandante provinciale di Roma all'epoca dei fatti era il generale Vittorio Tomasone. In particolare, egli descriveva di avere assistito al pestaggio del geometra romano presso la caserma carabinieri di Roma Casilina da parte dei suoi colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, violenza a cui inutilmente aveva cercato di porre fine. A seguito di tale denuncia, la Procura avvia un'indagine affidata allo stesso sostituto procuratore Musarò, il quale iscrive via via nel registro degli indagati ulteriori cinque militari dell'Arma dei carabinieri, Francesco Cavallo, Luciano Soligo, Massimiliano Colombo Labriola, Nico Blanco e Francesco Di Sano, tutti con l'accusa di falso, per un inquinamento probatorio che aveva ottenuto di sviare i processi verso persone che non avevano alcuna responsabilità (Fonte Wikipedia)

Al di là della vicenda giudiziaria che appurerà le cause e le reali responsabilità del decesso di Stefano, quello che piú mi preme sottolineare è un punto secondo me vitale di tutta la questione: il ruolo dei Carabinieri e del mondo politico. Sia ben chiaro, io continuo a difendere l'integrità delle forze dell'ordine, specialmente della Benemerita, che reputo essere uno dei vanti della nostra Nazione a livello mondiale in quanto a preparazione, competenza e fedeltà allo Stato, tutori insieme alle altre forze armate della Democrazia e del principio di libertà. Questo però non deve farci dimenticare che le forze armate sono composte da uomini, esseri umani fallibili e preda talvolta delle passioni piú becere e inumane.

Come detto prima, il mondo politico (specie di una certa parte politica) si è schierato a spada tratta a favore dell'Arma, difendendone i componenti in todo, escludendo a priori qualsiasi coinvolgimento anche di un solo Carabiniere e denigrando, offendendo e ignorando le proteste di chi, torto o ragione, si sente offeso da un qualche comportamento scorretto da parete di alcuni componenti del mondo militare. Non è la prima volta che accade qualcosa del genere: spesso è piú facile voltarsi dall´altra parte piuttosto che ammettere di avere un problema, specie se questo problema viene dalle forze dell´ordine. Ma è secondo me un modo cieco e soprattutto impossibile da sostenere di fronte alle evidenze dei fatti; soprattutto un modo meschino di ignorare un problema (quello delle violenze nelle forze armate) che esiste ed è ormai evidente. Quello stesso mondo politico dovrebbe adesso, alla luce degli ultimi aggiornamenti, chiedere scusa alla famiglia Cucchi, al di là del risultato delle indagini, al di là del nesso causa - effetto tra le percosse e la morte del giovane. Soprattutto il mondo politico deve interrogarsi e prendere provvedimenti per contrastare la ormai evidente l'esistenza di un sistema interno di omertà che getta una ombra oscura su tutte le forze armate. Sistema che è l'unico a dover essere contrastato, non chi richiede giustizia e verità. Ben venga quindi la decisione dell'Arma di costituirsi parte civile nel processo (cosa che qualcuno ritiene tardiva ma che è comunque in linea con il concetto costituzionale di presunta colpevolezza).

Anche perché il rischio di creare ulteriori tensioni tra i cittadini e i tutori dell'ordine è dietro l'angolo. Un rapporto che è purtroppo spesso basato sulla diffidenza ma che dovrebbe in realtà essere fondato sul rispetto e sull'onorabilità dei militari. Rispetto che può essere garantito solo dalla lotta alle violenze ed alla presa di distanza netta da chi opera nelle gerarchie militari credendosi al di sopra della legge. Come privato cittadino ho bisogno di credere che se mi rivolgerò ad un militare avrò da esso sostegno ed aiuto e che se incapperò nei rigori della legge, devo avere garanzie che la mia incolumità sia preservata. Non devo temere di rivolgermi ai Carabinieri o di averci a che fare.

Ho la fortuna nel mio universo familiare e amicizie, di conoscere molti componenti delle forze armate, integerrimi tutori della legge, rispettosi delle regole e che meritano il rispetto perché seguono le regole a cui hanno prestato giuramento. Resto fermamente convinto che questi siano i piú e che certe brutture vadano estirpate. Essere un tutore dell'ordine non vuol dire secondo me abbassarsi al livello dei malviventi ma usare altri mezzi, essere consapevoli della propria forza ed usarla solo come estrema ratio. Perché non siamo nel far west e soprattutto perché se si è cittadini, tutori della legge e garanti della costituzione non si può abdicare a proprio piacimento alle regole che si è giurato di servire e difendere.

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