de-Agosti, Bukowski e il mondo del lavoro.

31.05.2019

"Il fatto che la gente vada a lavorare sei giorni alla settimana è la cosa piú pezzente che si possa immaginare." Sostiene Silvano Agosti, scrittore, regista e poeta bresciano in quello che è divenuto famoso come il "discorso tipico dello schiavo", spietata analisi della modernità. Sembra fare eco a Charles Bukowski, scrittore e poeta, che sosteneva che "non c'è ragione per uno che lavora otto ore al giorno di amare la vita perché è uno sconfitto". Sono solo due delle innumerevoli voci che sostengono come la società di oggi, basata esclusivamente sul consumo e sulla produzione, siano semplicemente una forma di società non costruttiva e sicuramente lesiva dell'uomo. Ha quindi oggi ancora senso parlare di Festa del Lavoro e di difesa dei lavoratori?

Agosti e Bukowski partono, come la maggior parte dei grandi pensatori, dall'assunto che l'aspirazione massima dell'uomo debba essere la felicità. Entrambi individuano nelle 40 ore settimanali il vero limite dell'uomo moderno, dimenticando però che è una delle piú grandi conquiste lavorative (tant'è che la festa primo maggio nasce appunto come celebrazione della conquista delle otto ore lavorative, partita il 1° maggio 1867 prima soltanto nello stato dell'Illinois, con una espansione lenta e graduale in tutto il territorio statunitense e poi nel mondo). Prima di questa storica conquista di libertà, i lavoratori erano soggetti ai capricci dei datori di lavoro, che imponevano turni massacranti e cottimo senza alcun controllo. La conquista delle 8 ore è quindi basilare nel mondo del lavoro, mettendo improvvisamente a disposizione del lavoratore molto piú tempo di quanto avesse mai precedentemente avuto.

"Come si può amare la vita se si vive soltanto un'ora e mezzo al giorno e si buttano via tutte le altre ore?" si chiede Bukowski. Il problema secondo me va visto da una angolazione diversa. Il problema non è che si lavori 8 ore al giorno, (perché di qualcosa dovrai pur vivere), ma cosa si fa del tempo che ci resta. Prendiamo il mio esempio personale: prima di comprendere alcuni principi di gestione del tempo, sprecavo ogni giorno almeno un'ora guardando programmi inutili in TV, lamentandomi costantemente di non avere tempo per fare altro. Per non parlare del fatto che oggi, ovunque volgi lo sguardo, vedi persone intente a guardare lo smartphone per giocare a Candy Crash o vomitare odio sui social. È chiaro quindi come non sia il tempo che ci resta da vivere il problema ma bensì come decidiamo di utilizzarlo. Personalmente utilizzo il tempo degli spostamenti con i mezzi per leggere, scrivere ascoltare podcast. Sarà banale, ma ho imparato che si può recuperare un sacco di tempo: 60 minuti al giorno per 5 giorni a settimana sono già ben 7 ore di vita in piú. Basta comprendere questo semplice concetto per rivoluzionare la propria esistenza.

Personalmente sono convinto che il lavoro e la produttività siano non solo dei valori dell'essere umano ma che ne siano addirittura la forma principale. Pensiamoci bene: in fondo cosa ci identifica di piú se non il lavoro che svolgiamo? Andiamo in giro dicendo che siamo avvocati, medici, operai, politici, agenti di polizia, carabinieri... il lavoro identifica la persona e le dà una dignità. Per quanto questo possa essere un concetto sbagliato (io non sono una barista, sono una persona che fa il barista), è comunque universalmente accettato che il lavoro identifica una persona. Semmai il problema è che bisognerebbe riuscire a identificare una passione e farne un lavoro. Per uno come me che ama stare in mezzo alle persone, lavorare come Barista è un lavoro congeniale. Certo, molto stress da gestire, ma anche enormi soddisfazioni quando riesci a strappare anche al cliente piú rognoso una risata ed un apprezzamento.

Purtroppo, il problema della società moderna è che tutti vogliono fare gli artisti (inseguendo il sogno della fama, dei soldi e del successo che apre le porte della ricchezza e del lusso) senza rendersi conto che la trappola sta proprio lì: inseguire qualcosa per cui non si è disposti a pagare il prezzo. Eh, sì cari amici ed amiche, il mondo dello spettacolo e dell'arte in genere è splendido e sbrilluccicoso ma non ci si arriva per scorciatoie come ci fanno credere da anni talent show e agenti senza scrupoli. I mass media ci hanno fatto credere che basti il talento ma non è cosí, ci vuole il duro lavoro, senso di sacrificio, passione per emergere (e spesso non è cosí scontato). Questo desiderio di fama è molto legato alla struttura stessa della società dei consumi, che ci porta a desiderare oggetti che sono status symbol ma non portano alla felicità. La macchina, la casa, i bei vestiti sono solo apparenza non sostanza, anche se ci fanno credere il contrario. Ci hanno insegnato che se lavori, se spendi, se acquisti un determinato oggetto puoi sentirti realizzato e felice. Peccato che sia tutta una truffa, una trappola in cui tutti cadiamo senza neanche rendercene conto. Per quegli status symbol ci scanniamo, lavoriamo di piú, ci sottoponiamo a stress inutili ci riempiamo la vita di sofferenza. E viviamo male anche quel poco tempo che abbiamo a disposizione. Conosco persone che inseguono i soldi, che acquistano auto costose, che hanno due e anche tre lavori per potersi permettere uno stile di vita pazzesco, che acquistano case enormi che non possono godersi perché costantemente impegnati a lavorare. Bukowski si chiedeva: "come cazzo si può pensare che sia divertente svegliarsi alle sei e mezzo con la soneria, saltar giù dal letto, vestirsi, ingoiare qualcosa di malavoglia, cacare, pisciare, spazzolarsi denti e capelli e buttarsi nel traffico per arrivate in un posto dove essenzialmente si facevano un sacco di soldi per qualcun altro e essere anche grati a chi ti dava la possibilità di farlo?" 

La risposta ce la dà Agosti: "Uno degli aspetti più micidiale dell'attuale cultura, è di far credere che sia l'unica cultura.. invece è semplicemente la peggiore." Ed è tale perché noi permettiamo che sia cosí, noi che non ci rendiamo conto di come ci rubino il tempo, di come lo sprechiamo con persone con cui non abbiamo alcun piacere a stare, dedicando il nostro tempo ad attività assurde e senza senso come guardare programmi stupidi in Tv o commentare tutto quello che ci passano sui social, dedicando la nostra vita a fare piú soldi per comprarci i giocattolini, ignorando quali sono i nostri talenti, le nostre reali aspirazioni, il nostro dovere morale: quello di portare bellezza nel mondo. E la bellezza non è detto che la si porti attraverso una canzone, un quadro, un libro di successo: anche il mio collega, che sa disegnare un orso o un elefante sul cappuccino, esprime una piccola parte di arte, di bellezza: regala una emozione, un sorriso, un moneto lieto in questo folle fuggire verso il buio del futuro.

Io credo quindi che il problema reale non sia il lavoro o le otto ore in sé, ma recuperare un senso etico ed una dimensione piú normale, centrata sull'essere per prima cosa una persona che sparge gioia e che cerca di fare del proprio lavoro, qualunque esso sia, un modo per dare agli altri una emozione, che è l'unica cosa che veramente conta in questo nostro mondo. non bisogna insomma aggiungere tempo alla vita ma vita al tempo. Buon primo maggio a tutti e buona vita! 

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